Per ripagare il Debito Pubblico serve altro Debito

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Il debito pubblico è uno degli argomenti più chiacchierati degli ultimi anni. L’Italia deve a investitori, enti e istituti qualcosa come 2.074 miliardi, equivali al 133% del Pil. Una cifra colossale, da incubo, per giunta in costante crescita.

Da molti economisti il debito pubblico è considerato come la palla al piede per l’Italia, per altri, invece, i motivi delle nostre difficoltà sono ben altri. Tutti sono comunque concordi nel dire che il debito pubblico deve scendere, essere ripagato almeno in parte. La domanda fatidica: come?

La scienza economica fornisce qualche risposta teorica. A valere, qui, è la regola aurea: quando occorre ripagare un debito, è necessario produrre avanzi primari. In soldoni, vuol dire che l’Italia dovrebbe generare bilanci positivi, in cui le entrare siano superiori alle uscite. Tale surplus dovrebbe essere destinato proprio al saldo del debito. Per incrementare le entrate, la via più immediata è quella che gli italiani, loro malgrado, conoscono bene: l’aumento delle tasse.

Questa regola, così semplice, si inceppa proprio nei due casi in cui il problema del debito assume proporzioni insostenibili: progressivo aumento della massa debitoria, recessione economica. Nel primo caso, l’ostacolo alla funzionalità della regola aurea è data dalla spesa per interessi. Quando il debito è grande, costosi sono gli interessi, unica parte del debito che viene realmente pagata dallo Stato. Se gli interessi sono troppo costosi, possono superare l’avanzo primario e trasformarlo addirittura in disavanzo. E’ quanto accade in Italia: è dal 2010 che le entrate superano le uscite, ma la spesa per interessi provoca il deficit.

Nel secondo caso, quello della recessione, la regola aurea risulta inutile perché la contrazione del Pil diminuisce la base imponibile e, di conseguenza, il gettito fiscale. L’aumento delle tasse, poi, riduce il reddito disponibile per il consumo e questo incide a sua volta sul Pil. Insomma, si instaura un circolo vizioso in cui agire sulla leva fiscale in senso restrittivo, come suggerisce la regola aurea, non serve proprio a nulla.

E allora cosa si può fare per ridurre il debito? Il Governo sta pensando di puntare alle dismissione, ossia alla vendita del patrimonio dello Stato. Questo è stimato intorno ai 1.800 miliardi. Venderne anche solo il 10% sarebbe una bella boccata di ossigeno. L’idea, in sé, è buona ma è ostacolata da due fattori. In primo luogo, non è una misura immediata: per vendere ci vuole tempo, per ristrutturare in attesa di vendere ci vuole tempo e anche denaro. In secondo luogo, vendere in una situazione di emergenza riduce la forza contrattuale e quindi le offerte sono giocoforza più basse. Il rischio, quindi, è di svendere.

Un modo per abbassare il metodo ci sarebbe. E funziona perché è stato praticato spesso, pure in Europa (prima che nascesse l’Ue). Secondo questo metodo, per diminuire il debito bisogna… Aumentare il debito. Sembra paradossale ma non lo è. Si tratta semplicemente di spendere a deficit, ossia senza preoccuparsi dei bilanci; ma spendere in investimenti produttivi, capaci di creare occupazione, sostenere il consumo, aumentare Pil. E se aumenti il Pil, inevitabilmente – proprio per una questione di matematica – la percentuale di debito relativa diminuisce. Ma diminuisce anche il debito in senso assoluto: se il Prodotto Interno Lordo sale, il gettito fiscale è maggiore. Quindi, dopo aver raggiunto una situazione di ripresa economica, si può procedere con la creazione di avanzi primari veramente consistenti (e sani) e cominciare a ripagare il debito.

In Europa non si può fare: a frenarci c’è il tetto del deficit al 3%.