Riforma del lavoro alla “tedesca”: ma di che si tratta?

Un’Italia sempre più simile alla Germania. E’ questa l’ipotesi che il presidente del Consiglio Matteo Renzi, almeno limitatamente al mercato del lavoro, sta vagliando nell’ultimo periodo. Il paese della Merkel gode di un tasso di disoccupazione tra i più bassi dell’area Ocse, l’Italia ha bisogno con urgenza di una riforma del lavoro. Dunque, perché non copiare i tedeschi?

A dire il vero, la “strada tedesca” è lastricata di pericoli per il premier nostrano. Il motivi principale risiede nel fatto che seguire la Germania, in questo caso, rappresenta una soluzione dai pesanti effetti collaterali. Effetti, purtroppo per Renzi, soprattutto politici. Il precedente è proprio tedesco: chi ha fatto la riforma c’ha rimesso le penne – dal punto di vista elettorale ovviamente. Il presidente di allora era Gerard Schroeder, e ha perso le elezioni del 2005 proprio a causa della riforma intrapresa dal suo governo.

La verità è che una riforma del lavoro di stampo tedesco – proprio come l’originale – offre sì i risultati che tutti noi conosciamo, ma solo nel medio periodo. Nel breve termine, ai cittadini viene imposto un duro periodo di transizione.

La domanda che si è posto il presidente dell’Agenzia Federale del Lavoro tedesca Frank Jurgen-Weiss, nel corso di un’intervista al Fatto Quotidiano, è la seguente: Renzi sarà disposto ad accettare il prezzo del cambiamento? Solo il tempo, ovviamente, potrà dare una risposta.

Nel frattempo, il dirigente tedesco ha spiegato in poche parole in che cosa consiste la riforma del lavoro che è stata realizzata in Germania nei primi anni 2000. Ecco i tre maggiori elementi che la compongono.

Flessibilità

La parola d’ordine di questi tempi. Si tratta a ben vedere di una lama a doppio taglio. Favorisce il ricambio, elimina le barriere all’entrata (in modo che i giovani possano accedere al mercato del lavoro) e premia il merito. La sua deriva è il precariato, ma Weiss assicura che la flessibilità “alla tedesca” è tanto in uscita quanto in entrata. La prima è determinata dalla possibilità, per il datore di lavoro, di lasciare a casa il lavoratore dopo un contratto a tempo determinato (che in Germania dura due anni). La seconda è invece determinata dall’istituzione dei mini-job, contratti che impongono un basso reddito (in genere sui 450 euro) e un basso numero di ore lavorative. E’ però esentasse e dunque molto gettonato dalle aziende, che assumono abbondantemente.

Sensibilità al contesto economico

In Italia, se un’azienda va male, nella migliore delle ipotesi condanna alla Cassa Integrazione i dipendenti, uno strumento che si è rivelato un ottimo palliativo ma senza prospettiva nel lungo termine. In Germania il sistema è diverso: è il numero di ore lavorative che si adatta al mercato, non la busta paga. Mentre il primo può raggiungere lo zero, la seconda non può scendere sotto il 60%. Senza considerare il fatto che lo Stato paga la formazione ai dipendenti che, causa crisi, sono costretti a stare a casa.

Stato sociale potenziato

Se da un lato il lavoro in Germania è flessibile, e contempla il licenziamento facile, dall’altro “mantiene” de facto chi non può farlo da solo. Grazie al programma Hertz, chi non raggiunge una certo reddito mensile, a prescindere dal fatto che sia occupato o meno, riceve dei sussidi. Questi sono vari e dipendono da molti fattori (non ultima la prole a carico) ma coinvolgono tutti, quindi si basano sul concetto di universalità. Per paradosso, la maggior parte dei mini-jobber riceve aiuti dallo Stato.

Esistono però anche i detrattori della Germania

Non sono in pochi a considerare effimeri e addirittura falsi i risultati conseguiti dalla Germania. I mini-job, secondo i critici, sarebbero uno strumento di sfruttamento, spesso dequalificante. Per giunta, fanno lievitare il tasso di occupazione e fanno crollare il tasso di disoccupazione, che solo per questo motivo è molto basso. Nonostante queste critiche, Weiss ha dichiarato che “la Germania ha dimostrato una cosa: il precariato funziona”.

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