Riforma Senato: quale risparmio con la legge di Renzi e Boschi?

La riforma del Senato della Repubblica, con l’approvazione definitiva alla Camera dei Deputati del disegno di legge costituzionale del duo Renzi Boschi, conclude l’iter parlamentare. Ora sarà un referendum a mettere il sigillo, se incontrerà il favore degli italiani, su una riforma storica per l’Italia: la fine del bicameralismo perfetto e della doppia rappresentanza parlamentare.
Per il Presidente del Consiglio, si risparmierà un miliardo di euro, ma i conti non sembrano tornare: scopriamo quanto potremmo risparmiare con la trasformazione del Senato della Repubblica in un Senato delle Autonomie non più elettivo.

Riforma Senato, testo approvato. A ottobre referendum senza quorum

Il Presidente del Senato italiano Pietro Grasso, che potrebbe diventare l’ultimo della storia italiana, ha dichiarato in passato che l’abolizione di una Camera elettiva, cambiando radicalmente la struttura costituzionale del Paese, ne metterebbe a rischio i meccanismi democratici.
Il governo di Matteo Renzi, chiamato a snellire i meccanismi della politica e a operare una seria spending review per moderare la spesa pubblica, ha però tirato dritto, portando a conclusione, in un’aula disertata dalle opposizioni, anche l’ultimo passaggio parlamentare del disegno di legge costituzionale firmato dalla ministra per le riforme Maria Elena Boschi.
Con un referendum confermativo, quindi senza quorum, gli italiani saranno chiamati a giudicare, verosimilmente già nel prossimo ottobre, la legge simbolo del governo Renzi, sul cui esito il Presidente del Consiglio ha già detto di volersi giocare il futuro.

Legge Boschi: cosa cambia? Senatori ridotti a meno di un terzo e non più eletti

Il ministro per le riforme Maria Elena Boschi. Credits: Tukulti Ninurta, flickr
Il ministro per le riforme Maria Elena Boschi

Se la riforma andrà in porto, il numero di Senatori si ridurrà a 100, di cui 5 indicati dal capo dello Stato e in rappresentanza della società civile con requisiti simili agli attuali senatori a vita. Gli altri membri del nuovo Senato delle Autonomie non saranno eletti dai cittadini, bensì scelti dalle Regioni e dalle Città Metropolitane tra i sindaci (in numero di 21) e i consiglieri regionali (74). Attualmente i Senatori sono 320, di cui sei nominati a vita.
In totale, secondo una prima stima di Matteo Renzi, la riforma del Senato potrebbe far risparmiare alle casse dello Stato ben un miliardo di euro. La spesa complessiva del Senato della Repubblica, tuttavia, stando ai bilanci di previsione ufficiali per il 2015, è di “appena” 540 milioni di euro annui, e i conti non sembrano tornare. Visto che non si tratta della cancellazione, bensì di una trasformazione dell’istituzione di Palazzo Madama, basteranno le misure previste a prosciugare i mille rivoli di spesa che la riguardano?

Senato delle Autonomie a funzioni ridotte: ridurranno anche le spese?

La legge costituzionale Boschi prevede per i futuri Senatori, ridotti a meno di un terzo nel numero, l’azzeramento delle indennità per la loro carica, essendo essi già pagati per le funzioni che svolgono presso gli Enti Locali. Attualmente l’importo lordo dell’indennità di ciascun Senatore è pari a 10.385 euro mensili. Cancellare questa voce di spesa per tutti i 320 Senatori ci farebbe quindi risparmiare circa 40 milioni di euro l’anno.
Con l’entrata in vigore della riforma, ai futuri membri del Senato delle Autonomie potrebbe restare il beneficio del rimborso per le spese di soggiorno a Roma, che ogni anno costano agli italiani circa 20 milioni. Le occasioni, tuttavia, dovrebbero diminuire visto che il Senato sarebbe chiamato a lavorare soltanto sulle proposte di legge costituzionali e su quelle che riguardano i territori e l’Europa, mentre non voterebbe più né le leggi di bilancio né la fiducia al governo.

Palazzo Madama. Credits: wuestenigel, flickrL’intoccabile casta dei dipendenti di Palazzo Madama

Con i ridimensionamento delle funzioni del Senato dovrebbero 1parimenti ridimensionarsi, auspicabilmente, gli emolumenti per i dipendenti in forze a Palazzo Madama. Nel bilancio questa voce di spesa grava per circa 130 milioni l’anno. Se si riuscisse, sindacati permettendo, a snellire le schiere di dipendenti aumenterebbe, tuttavia, la spesa per il personale in quiescenza, che attualmente pesa sul bilancio più o meno per la stessa cifra.

Senatori in pensione: costano già oltre 80 milioni

Con la diminuzione del numero di Senatori dovrebbe verosimilmente diminuire la spesa per i loro segretari e consulenti, che ammonta a circa 15 milioni annui. La “rottamazione” di tanti Senatori, tuttavia, inevitabilmente provocherà un incremento della voce di spesa riguardante i parlamentari cessati dal mandato, che ammonta già a oltre 80 milioni di euro.

Minor ressa al ristorante del Senato

Per tutti i servizi di cui fanno uso attualmente i Senatori, dal ristorante alla cancelleria, spendiamo ogni anno quasi 60 milioni di euro, sebbene la spending review del Presidente Grasso sia riuscita a rosicchiare bilancio dopo bilancio qualche milione di risparmio. Anche ipotizzando un decurtamento a un terzo di tale capitolo di spesa, proporzionale al dimezzamento nel numero dei Senatori, il risparmio ulteriore conseguibile con la riforma del governo Renzi sarebbe di circa 40 milioni.

Riforma Senato italiano, il risparmio reale? Meno di 150 milioni

Il Presidente del Senato italiano Pietro Grasso. Credits: luca.sartoni, flickr
Il Presidente del Senato italiano Pietro Grasso.

Le politiche di riduzione della spesa introdotte a Palazzo Madama dall’inizio della Legislatura, ossia sotto la presidenza di Pietro Grasso, sono riuscite a tagliare le spese per 114,5 milioni di euro, tra misure di contenimento dell’indennità parlamentare, “tetti retributivi” per i dipendenti e altre iniziative simili.
A conti fatti, la trasformazione del Senato della Repubblica in Senato delle Autonomie potrebbe nella migliore delle ipotesi fare risparmiare alle casse dello Stato una cifra di poco superiore, vicina ai 150 milioni di euro l’anno. Ossia l’equivalente dello 0,0075% del debito pubblico italiano. È questo il giusto prezzo da pagare per rinunciare alla scelta, attraverso le elezioni, dei rappresentanti che siedono nella camera alta del Parlamento, anche se questi avranno funzioni ridotte?

Bicameralismo: zavorra o argine?

A giudizio del governo, in Italia si può rinunciare al bicameralismo perfetto poiché questo modello istituzionale, del resto vigente nella maggioranza di Stati nel mondo, rende difficile l’attuazione di importanti riforme politiche e porta sempre al rischio dell’immobilismo politico, per l’inutile ripetizione della votazione da parte di due Camere fotocopia.
Per molti scienziati della politica, invece, il bicameralismo è il cardine del pluralismo e dell’equilibrio fra i poteri: la doppia votazione rappresenta un argine di fronte alla cosiddetta “dittatura della maggioranza” e ai colpi di mano nell’approvazione di leggi sconsiderate.