Rientro dei capitali, cosa prevede la nuova legge

Lo scorso 4 dicembre è stata finalmente approvata la nuova legge sul rientro dei capitali, una norma che ha come scopo quello di riportare in Italia i capitali che sono stati trasferiti illegalmente all’estero. Ma come funziona la “voluntary disclosure“? Cerchiamo di saperne di più con questo nostro approfondimento.

Cosa è la voluntary disclosure?

La voluntary disclosure, o collaborazione volontaria, consiste nella possibilità, per i soggetti che hanno omesso di dichiarare attività e beni detenuti all’estero e i relativi redditi, di poter sanare la propria posizione attraverso la fornitura di tutte le informazioni sugli investimenti e sui redditi che servirono per costituire o acquistare le attività e i beni stessi. La “sanatoria” (vedremo poi perchè non è un vero e proprio condono) sarà effettuata dietro pagamento delle imposte eventualmente accertate su tali redditi, e delle relative sanzioni, in un’unica soluzione. La voluntary disclosure permetterà quindi di potersi “autodenunciare”, con conseguente riduzione delle sanzioni (pecunarie e penali).

Perchè non è un condono?

Contrariamente ai tentativi di (errata) sintesi di qualche media, la voluntary disclosure non è un condono (per intenderci, come quelli che lo scorso decennio sono stati ripetutamente varati al fine di fare “cassa”). In altre parole ancora, non siamo di fronte a uno degli scudi fiscali ideati dall’ex ministro Tremonti, visto e considerato che in quelle occasioni si permetteva al contribuente di sanare una serie di irregolarità relative all’export di capitali all’estero, pagando un’imposta straordinaria con aliquote piuttosto basse (nel 2009, appena il 5% delle attività scudate).

Di qui la principale differenza tra la collaborazione volontaria e lo scudo fiscale, il quale non puntava a recuperare le imposte evase sui redditi, ma permetteva invece al contribuente che aveva evaso, di ottenere uno scudo da opporre a futuri accertamenti, mantenendo inoltre l’anonimato rispetto all’amministrazione finanziaria.

Serve veramente?

Considerato che non si tratta di uno scudo fiscale, val la pena di domandarsi quale sia la complessiva utilità per il contribuente e per lo Stato. Per quanto attiene il primo, bisogna ricordare come attraverso la voluntary disclosure si potrà pervenire a una regolarizzazione della propria posizione, sanando pertanto degli aspetti di illegalità. Per quanto concerne lo Stato, bisogna invece ricordare come attraverso la voluntary disclosure si potrà cercare di accelerare il processo di recupero del gettito perso a causa dell’evasione, puntellando in tal modo la struttura dei conti pubblici.

Su questo ultimo punto, vale altresì la pena ricordare che secondo la Banca d’Italia alla fine del 2009 l’importo dei capitali esteri non dichiarati e riconducibili a soggetti residenti in Italia fosse compreso tra i 124 e i 194 miliardi di euro. Una stima molto aleatoria e incerta, che tuttavia suggerisce come l’entità dei capitali irregolarmente detenuti all’estero da parte dei soggetti italiani sia molto rilevante. E il tutto, nonostante lo scudo fiscale del 2009 abbia consentito di regolarizzare ben 100 miliardi di euro.

Difficile, comunque, poter fare previsioni sulle adesioni e sul possibile recupero di gettito. Sarà arduo puntare a “convincere” i contribuenti sulla base della convenienza economica: potrebbe invece essere di ausilio il convincimento relativo alla possibilità di sanare una posizione che potrebbe presto essere oggetto di accertamento e sanzioni ben più gravi.

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