Ridurre la spesa pubblica in Europa? Ci pensa AT Kerney

La spesa pubblica è uno dei grandi problemi dell’Europa. Il punto è che l’UE chiedi ai paesi membri il pareggio di bilancio (o comunque di non sforare oltre il 3%). Le strade per raggiungere questo obiettivo sono due: aumentare le tasse o tagliare la spesa. Dal momento che la prima alternativa è indesiderabile per il drenaggio di consensi che provoca, non rimane che diminuire le uscite.

La struttura della spesa pubblica dei paesi europei è però assai complessa. Persino individuare gli sprechi è difficile, figuriamoci scegliere una scala di priorità e agire sui servizi. Per questo motivo – e per altri ancora – negli ultimi anni la spesa anziché diminuire è addirittura salita. Inoltre, la crisi economica e quindi la necessità di allocare risorse per gli ammortizzatori sociali ha concorso ad arricchire il capitolo della spesa pubblica.

La società di consulenza AT Kerney ha prodotto non molto tempo fa un documento in cui illustra la strade da seguire per tagliare la spesa. Non si tratta di una manciata di miliardi – come quelli promessi da Renzi con la Legge di Stabilità – ma di svariate centinaia. Anzi, per la precisione 275. Da dove proviene questo numero? Il ragionamento è semplice. Lo scopo della società di consulenza è quello di “normalizzare” il rapporto tra spesa e Pil. Per farlo è stato rintracciato un termine di paragone: gli Stati Uniti. Il “Government spending” negli Usa vale il 49% del Pil, mentre nell’Europa a 27 questo rapporto raggiunge il 53%. Questi quattro punti percentuali corrispondono a 275 miliardi, ed è proprio queste cifra, secondo AT Kerney, a dover essere tagliata.

La necessità è resa urgente da alcuni differenziali. In primis quello che riguarda la stessa spesa pubblica. Nell’Unione Europea, questa è salita dell1,8% dal 2008 al 2013. Aumento non ammortizzato dal Pil, che è salito solo marginalmente. Nello specifico, dello 0,5%. La situazione è ancora è ancora più grave se si considera che quest’ultimo dato è una media delle performance discrete di alcune economie emergenti (come quelle baltiche) e di quelli pessimi delle economie più consolidate, come Francia, Spagna e Inghilterra.

Dunque, quale soluzione propone AT Kerney? Tutte le proposte possono essere riassunte con un termine, che è poi una sorta di obiettivo intermedio: produttività.

L’Europa riuscirà a tagliare la spesa pubblica in modo credibile e sostenibile solo se aumenterà la sua produttività. Sostenibilità, sia chiaro, vuol dire in funzione della crescita. Tagliare le “uscite”, almeno in linea teorica, è facilissimo: si lavora di accetta, ma in modo lineare. Lo Stato spende di meno ma le conseguenze sulla crescita fanno sì che il gioco non valga la candela – anche a causa delle probabili contestazioni che delegittimano il governo in quel momento in carica.

La proposta “principe” della società di consulenza è “risparmiare sui salari”. Ci sono due metodi per raggiungere questo obiettivo. O si riducono gli stipendi, o si aumenta la produttività dei lavoratori. In questo modo è come se lo Stato guadagnasse denaro dai lavoratori, anche se a loro non viene chiesto un euro. In alternativa, nel caso in cui la spinta verso l’innovazione – e l’acquisizione di un vantaggio competitivo verso i competitori esteri – si esaurisse in fretta, è utile aumentare anche di poco il numero di ore lavorate. Ne basta una a settimana.

Solo questo provvedimento, farebbe diminuire la spesa pubblica di 3% sul Pil (perché quest’ultimo aumenta) sostanziando un “risparmio” di 275 miliardi di euro, proprio la cifra-obiettivo espressa dalla società di consulenza. Questo, nel migliore dei casi. Nel peggiore dei casi, si parla comunque di 181 miliardi. Tutto ciò attraverso un programma di medio periodo, intorno ai quattro-cinque anni.

Per aumentare la produttività occorre innanzitutto modificare la “macchina”. Nello specifico, rendendola più leggera. Lo si può fare realizzando alcuni accorgimenti. In primo luogo, procedendo assegnando a un organismo specializzato l’incarico di tagliare la spesa. Nessun paese si è rivolto a professionisti in questo campo per ridimensionare le proprie uscite. Sporadicamente, in sostituzione del ministro dell’Economia, i leader hanno delegato singole persone, che hanno provvedere alle riduzioni degli sprechi (se non di qualcos’altro) con il supporto di una squadra create per l’occasione e senza una precisa struttura alle spalle.

In secondo luogo, sarebbe molto utile eliminare le sovrapposizioni degli “ambiti” che, specie in Italia, rappresentano una vera e propria piaga. Prendiamo l’esempio del lavoro. Di politiche occupazioni si preoccupa il Mef, il ministro del Lavoro e il ministro dello Sviluppo. Spesso si crea confusione e uno si trova a fare il lavoro dell’altro, e viceversa. Un caos che rende lenta e inefficiente la macchina burocratica ma anche legislativa e istituzionale.

Analogamente, questa ottimizzazione dovrebbe interessare anche i mille dipartimenti in cui si dipana il settore pubblico. Un ente, un servizio, è questo l’obiettivo. Raggiungibile? Probabilmente sì, a patto che la politica – afferma AT Kerney – sia disposta a compiere un passo in avanti.

Il problema, in fine dei conti, è solo politico. Le soluzioni non sono difficili né da pensare né da realizzare. Occorre volontà. Volontà e coraggio nel toccare vecchie rendite di posizione e antichi privilegi. Da questo punto di vista, la società di consulenza non ha manifestato molto ottimismo. A peggiorare la situazione concorrono alcuni fattori che hanno a che fare con il consenso. Le misure di AT Kerney necessitano di un tempo di realizzazione che va dai 3 ai 5 anni. Insomma, quanto una legislatura.

Peccato che i governi nel 99% preferiscono non pianificare oltre il brevissimo termine, ma muoversi in base alle contingenze. Contingenze che non sono economiche, ma prettamente elettorali.