La ricetta giapponese per uscire dalla Crisi Economica

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Atteso dai mercati finanziari al suo primo evento pubblico, il neo governatore della Banca del Giappone, Haruhiko Kuroda, non ha deluso le aspettative. Anzi, per alcuni aspetti il numero 1 della Bank of Japan è riuscito addirittura a rilanciare le scommesse, andando a deliberare un programma estremamente ambizioso, che somiglia tanto a una sorta di penultima spiaggia di uscita dalla crisi. Vediamo allora cosa si sta facendo dall’altra parte del mondo e perché  alcune delle iniziative intraprese da Kuroda, potrebbero essere ben replicate anche all’interno del nostro mercato.

La crisi del Giappone

Prima di “copiare” le iniziative giapponesi con un entusiasmo superficiale, val la pena ricordare che la crisi del Giappone è ben diversa da quella nella quale è più recentemente caduta l’Europa.

L’arcipelago nipponico è infatti terminato in un vortice di deflazione dagli anni Novanta, alternando parentesi positive a crolli dell’inflazione sotto quota 0 per cento. In altri termini, in Giappone ci sono stati lunghi periodi di tempo in cui i prezzi diminuivano, innescando un meccanismo di continua indecisione da parte degli investitori e dei consumatori, e di rallentamento della crescita economica.

Ne consegue che, da tempo, il Giappone ha imparato una sonora lezione: cercare di contenere l’inflazione entro il 3 per cento, ma evitare che precipiti in uno stallo deflattivo. Ma in che modo, la Bank of Japan, intende perseguire tale obiettivo?

Acquistare titoli di Stato

Teoricamente (ma solo in tal senso), il meccanismo innestato da Kuroda non è nè nuovo nè eccessivamente complicato. La banca centrale giapponese ha infatti scelto di immettere denaro dall’economia nel modo più immediato e consolidato che conosca: acquistare titoli di Stato.

Nel dettaglio, il piano giapponese prevede l’acquisto di 50 mila miliardi di yen di titoli di Stato ogni anno (circa 400 miliardi di euro), per un decimo del controvalore del prodotto interno lordo. Dei bond governativi acquistati, una parte rilevante sarà a lungo, lunghissimo termine (40 anni).

Acquistando ingenti quantità di titoli a lungo termine, la banca vorrebbe mantenere elevata la domanda di titoli di Stato e, pertanto, costituire pressioni al ribasso nei tassi di interesse. A loro volta, tassi bassi dovrebbero indurre consumatori a indebitarsi e a compiere acquisti, e invogliare le imprese a finanziarsi per realizzare programmi di investimento.

Non tutto è oro quel che luccica

Tuttavia, i rischi del programma sembrano essere davvero notevoli. Primo fra tutti (parzialmente sperimentato anche qui da noi), il fatto che la liquidità innescata dal piano della banca centrale si blocchi in sede bancaria. In altri termini, non è scontato che i consumatori si indebitino per effettuare operazioni di acquisto personale, poiché le banche potrebbero scegliere di accantonare la liquidità creata dall’istituzione monetaria, destinandola ad operazioni più redditizie dell’erogazione del credito.

Inoltre, con una simile politica il debito pubblico nazionale potrebbe divenire esplosivo, andando ad aumentare ulteriormente rispetto all’attuale soglia del 230 per cento del Pil (il doppio dell’Italia, che già di per sè non rappresenta certamente una delle best practice internazionali).