Rendimento titoli di Stato: le banche vogliono la crescita?

Da un certo punto di vista, purtroppo esclusivamente macroeconomico, sembra che l’Italia – e con lei l’intera Europa – stia per ripartire. Qualche segnale positivo c’è. Il Pil ha smesso di far registrare una crescita negativa, l’indice delle Pmi è vicino a 50 (limite al di là del quale si parla di crescita), la disoccupazione ha smesso di aumentare. Di contro, la disoccupazione giovanile è ancora a livelli altissimi (43%), l’inflazione è vicina allo zero, i consumi sono ancora bassi e tutt’ora in fase decrescente.

Insomma, è un quadro in chiaroscuro con “tendenza al nero”. La domanda che sorge spontanea è: perché l’Italia, ma in generale il Vecchio Continente, non riesce a imboccare il sentiero della crescita? Quale ostacolo la frena?

La risposta, almeno secondo la vulgata comune, parla del debito troppo alto, di un mercato del lavoro da ristrutturare, di vincoli europei che soffocano la domanda. Tutto vero, ma forse dietro c’è qualcosa di più profondo. Qualcosa di paradossale. A dirlo non è un fanatico complottista, bensì Il Sole 24 ore, per voce del giornalista Vito Lops. La sua tesi, almeno dal punto di vista logico, non fa una piega. La crescita non arriva perché qualcuno vuole che non arrivi. Quel qualcuno, manco a dirlo, sono le banche.

L’autore dell’articolo non assegna responsabilità precise, né cita qualche prova a sostegno della colpevolezza di alcuno. Semplicemente, indaga il profilo di chi potrebbe avvantaggiarsi della mancata crescita. La risposta è quasi prevedibile: le banche.

Perché le banche non vogliono che l’Italia riparta? Il motivo va rintracciato nelle conseguenze tendenzialmente negative che subirebbero gli istituti di credito. Motivi che hanno a che fare con un argomento molto chiacchierato negli ultimi anni: il rendimento dei Titoli di Stato.Tendenzialmente, se l’economia è in crescita, il rendimento dei Titoli di Stato scende. Sono due variabili legate tra di loro da un rapporto di proporzionalità inversa.

Si dà il caso che buona parte dei titoli sia in pancia proprio alle banche italiane. Attualmente, si parla di una quota pari al 40%. Il 20% è invece in mano ai privati cittadini mentre il resto è detenuto da investitori stranieri. Per quale motivo una quota così importante è patrimonio delle banche? Molto banalmente, ciò è il frutto dell’LTRO. Questa manovra è stata pensata da Mario Draghi per finanziare le banche ma ha sortito un altro effetto: le banche hanno acquistato parte del debito. Il calo del rendimento dei cosiddetti bond non è l’unico motivo per cui la crescita crea danni alle banche. Da considerare è anche il discorso sull’inflazione. Attualmente siamo a valori vicini allo zero, il che vuol dire che la moneta non tende a svalutarsi. Alla crescita, in genere, è abbinata un’inflazione superiore all’1%, definitiva come “sana” (una sorta di lubrificante per l’economia).

Ma se l’inflazione è alta, o comunque significativa, allora il valore dei titoli nella “pancia” delle banche rischia di valere sempre meno. Se poi sommiamo questa al calo naturale dei rendimenti, è evidente come agli istituti finanziari la crescita non piaccia affatto…