Referendum trivelle: gli effetti del sì e del no

Difesa dell'ambiente o strategia politica?

Per la prima volta in Italia i cittadini sono chiamati ad esprimere la propria preferenza nel Referendum trivelle voluto da 9 Regioni, non attraverso la raccolta di firme come di solito avviene, bensì recandosi alle urne.

Le assemblee delle Regioni che hanno fortemente voluto il Referendum No – Triv sono: Marche, Puglia, Basilicata, Veneto, Sardegna, Calabria, Campania, Liguria e Molise, appoggiate da diverse associazioni ambientaliste e ne hanno ottenuto l’approvazione dalla Corte di Cassazione.

Referendum trivelle: perché gli italiani sono chiamati a votare

Il Referendum in questione vuole decidere se sia opportuno o meno vietare il rinnovo delle concessioni estrattive di petrolio e gas per i giacimenti situati entro le 12 miglia dalla costa italiana e riguarda nello specifico 21 concessioni che attualmente si trovano entro tale limite.

referendum trivelle
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Gli italiani, dunque, saranno chiamati a decidere se abrogare o meno parte di una legge riguardante le Norme in materia ambientale (art.6, comma 17, terzo periodo, Dlgs 3 aprile 2006, n.152), ovvero, quella che consente a chi ha ottenuto il permesso di estrarre petrolio e gas dalle piattaforme entro le 12 miglia, di continuare a farlo fino ad esaurimento del giacimento.

Si vota il prossimo 17 aprile 2016 e l’esito dello stesso sarà valido soltanto se i votanti copriranno il 50% più uno previsto.

Referendum trivelle: cosa succede se vincono i SI

Nel caso a vincere fossero i SI, gli impianti delle 21 concessioni in questione saranno tenute a chiudere entro 5 o 10 anni al massimo, relativamente a quelli più vecchi (costruiti negli anni Settanta), mentre quelli che hanno ottenuto concessioni più recenti avranno circa 20 anni di tempo.

In buona sostanza, si impedirà di sfruttare ulteriormente gli impianti già esistenti alla fine delle loro relative concessioni, mentre, come previsto dalla stessa legge, è sempre possibile procedere a nuove trivellazioni oltre il limite consentito (12 miglia), nonché cercare e sfruttare nuovi giacimenti sul suolo italiano.

I promotori del Referendum trivelle in tal modo intendono prima di tutto dare al Governo un segnale negativo nel proseguire ancora con lo sfruttamento di combustibili fossili volto ad incentivare ulteriormente fonti di energia alternativa.

Referendum trivelle: cosa succede se vincono i NO

Vincendo i NO, invece, tutto rimarrebbe allo stato attuale, cosa che auspica il Comitato “Ottimisti e Razionali”, sorto per contrastare il voto del prossimo 17 aprile, secondo il quale continuare ad estrarre gas e petrolio è un modo per limitare l’inquinamento.

Secondo il loro parere, infatti, visto che il 10% di tali sostanze utilizzate in Italia proviene da estrazioni proprie, di fatto si è evitato di far transitare in acque italiane un numero spropositato di petroliere.

Impedire agli impianti di continuare l’estrazione fino ad esaurimento dei giacimenti, inoltre, equivale a togliere lavoro alle migliaia di persone che oggi sono impegnate sulle piattaforme e questo rappresenta un ulteriore e valido motivo per evitare la vittoria vada ai fautori del SI.

Un Referendum, sembra, di stampo politico e volto più che all’interesse della salvaguardia dell’ambiente, a quello di alcune Regioni che non vogliono perdere autonomia in diversi settori, oltre che in quelle energetico.