Reddito di garanzia: cos’è e perché in Italia non c’è

Una misura per combattere la povertà non ancora presente nel nostro Paese

Da ormai un ventennio in Italia si parla di reddito di garanzia (detto anche reddito garantito, di inserimento, di solidarietà attiva, di inclusione, ecc.) ma nei fatti non c’è ancora una legge nazionale che l’abbia istituito in tutto e per tutto. Eppure, paradossalmente, nell’Eurozona siamo gli unici assieme alla Grecia a non prevederne uno. Paradossalmente, appunto, perché assieme a Spagna e Portogallo siamo tra i Paesi più in difficoltà dal punto di vista occupazionale e dell’esclusione sociale. Di seguito cerchiamo di capirne di più sul reddito di garanzia e perché in Italia non c’è ancora.

Cos’è il reddito di garanzia e differenze col reddito di base

Il reddito di garanzia è una forma di reddito minimo stanziato appannaggio di chi è in età lavorativa,  e il suo ammontare varia a seconda dell’età stessa. Condizione preminente deve essere la collocazione del soggetto al di sotto di una determinata soglia ritenuta di povertà. Spesso si fa confusione tra questo e il reddito di base, il quale viene invece sempre concesso, a prescindere dal possedimento di altri redditi e di eventuali patrimoni. Unico requisito è quello della cittadinanza nel Paese che lo concede.

Reddito di garanzia: come ottenerlo e come funziona

reddito di garanzia
Un’immagine sul reddito di garanzia

Il reddito di garanzia è invece una forma di sostegno economico illimitata nel tempo, riservata a coloro che, per varie ragioni, hanno difficoltà ad inserirsi o reinserirsi nel tessuto lavorativo, o percepiscono comunque un reddito complessivo inferiore ad un determinato reddito di riferimento, al punto da collocarsi sotto la soglia di povertà. Dunque, può anch’esso integrarsi con altri redditi, purché il totale non superi la cosiddetta soglia di povertà. Percepire il reddito di garanzia può anche comportare degli obblighi, come svolgere determinate attività (si pensi ai cosiddetti lavori socialmente utili, sebbene debbano essere sporadici e sotto determinate ore di tempo) e implementate con altre forme di sostegno sociale: si pensi al pagamento di spese affitto e riscaldamento, mezzi trasporto pubblici gratuiti, corsi di formazione gratuiti volti al reinserimento lavorativo, etc.).

Qual è la differenza tra reddito di garanzia e salario minimo

Un’altra differenza che va fatta è quella tra reddito di garanzia e salario minimo. Una confusione più grave della precedente perché quest’ultimo, sebbene il nome possa indurre in errore, non è una forma di assistenza sociale. Bensì è costituito dalla più bassa remunerazione o paga oraria, giornaliera o mensile che in taluni Stati i datori di lavoro devono per legge corrispondere ai propri lavoratori dipendenti. Detto anche minimo sindacale. Il meccanismo del salario minimo può variare da Paese a Paese. In linea di massima, esistono due modalità: viene stabilito per legge e vale per tutti i lavoratori oppure viene demandata alla stipula dei contratti collettivi nazionali e può variare a seconda del settore economico in cui si lavora. Quest’ultima modalità è quella prevista nel nostro Paese.

Reddito di garanzia in Italia

quanti poveri in italia
Sta aumentando il numero degli indigenti

Come detto, in Italia il reddito di garanzia non è previsto dal nostro ordinamento giuridico. Nel 1998 pareva finalmente essere decollato, sebbene sottoforma di sperimentazione su piccola scala in una quarantina di comuni italiani. Il processo di allargamento su scala nazionale si è però arenato nel corso del tempo. Il reddito di garanzia fu sostituito con la Legge finanziaria per il 2004 da un fantomatico “reddito di ultima istanza”, mai attuato nei fatti. Ancora più solerte, poi, è l’abrogazione, dopo una manciata di mesi, nel maggio 2008, del reddito di base del Friuli Venezia Giulia, decollato nel settembre 2007. In entrambi i casi, ad aprire un discorso sui redditi minimi era stato il centrosinistra, mentre a chiuderli è stato il centrodestra. Questione ideologica, probabilmente, dato che la destra è notoriamente contraria a forme di assistenzialismo. Dopo qualche anno di silenzio, si è tornato a parlare di reddito di garanzia grazie al Movimenti cinque stelle, che vorrebbe adottare una forma di inserimento sociale quantificabile in 780 euro mensili (ma che variano a seconda della situazione familiare).

Perché il reddito di garanzia in Italia non c’è

A questa domanda si potrebbe rispondere che è solo una questione ideologica. Ma fino ad un certo punto. Del resto, il centrosinistra ha governato l’Italia negli ultimi vent’anni per undici anni (anche attualmente), pertanto avrebbe avuto tutto il tempo per istituirlo. Pertanto, tanto paladini dell’inclusione sociale non lo sono. Il problema forse va ricercato altrove. La riforma costituzionale del 2001 ha comportato lo spostamento delle competenze in tema di assistenza sociale dallo Stato alle Regioni. Così ci ritroviamo iniziative singole e a macchia di leopardo. Si parla sempre di «sperimentazione», ma in sostanza si afferma che i programmi sono provvisori, di breve durata, segnati dalle ristrettezze del bilancio. Inoltre, si imbocca l’illusoria strada dei pronunciamenti enfatici, affiancati da programmi che li contraddicono. Due casi emblematici di ciò sono stati Campania e Lazio, dove l’intervento consiste, di fatto, nel solo trasferimento monetario, per di più in cifra fissa quindi neppure correlato ai fabbisogni delle famiglie povere. Pertanto, la percentuale di beneficiari rispetto ai richiedenti ammissibili è decisamente bassa. In Campania poi tale misura è stata soppressa dal precedente Governatore Caldoro (guarda caso di centrodestra), con la giustificazione che tale reddito veniva dato in modo clientelare e senza particolari controlli da parte dei Comuni. Enti di mediazione tra Regione e beneficiari.

In questi 15 anni, dunque, non si sono venuti consolidando strumenti in grado di dare attuazione a un coerente, progressivo impegno sul versante della lotta alla povertà. La crisi del 2008 poi ha fatto il resto. E anziché diventare un fattore di sprono affinché si instauri uno strumento del genere, è diventata una giustificazione da parte dei politici per non attuarla (”non ci sono i soldi!” è la loro risposta).

Reddito di garanzia, l’esempio virtuoso di Trento

Comunque, in un quadro così triste, qualche pennellatura vivace e interessante c’è. E’ l’esperienza della Provincia di Trento. Qui il reddito di garanzia consiste in un trasferimento monetario che porta a 6.500 euro annui il reddito disponibile equivalente (in base all’Icef, l’indicatore della situazione economica familiare trentino, una versione affinata dell’indicatore nazionale), accompagnato altresì da azioni di integrazione sociale e di attivazione al lavoro.

reddito minimo garantito
Il reddito di garanzia è ormai diventato fondamentale

Nel corso del primo anno di applicazione della misura (2010), gli uffici della provincia di Trento – attraverso accurati controlli – hanno accertato che circa il 7 per cento delle famiglie inizialmente ammesse alla misura non rispettavano le condizioni di ammissibilità. I controlli sono stati poi rafforzati affiancando all’Icef un “controllo dei consumi” e attraverso interventi della Guardia di finanza. In questo modo si sono evitati casi di falsi indigenti.

Irvapp ha cercato di capire se questo reddito di garanzia abbia effettivamente migliorato la vita dei suoi beneficiari. Sono state condotte due rilevazioni, a distanza di due anni l’una dall’altra (2009 e 2011), su un campione di 600 famiglie che hanno avuto accesso al Rg e su un campione di oltre 900 famiglie con reddito disponibile equivalente superiore, ma non troppo, alla soglia dei 6.500 euro annui e si sono misurate le variazioni nelle condizioni di vita rispettivamente registrate dai due campioni nel biennio in esame. Questi sono gli spunti principali emersi (premesso che lo studio è stato fatto nei primi due anni dalla partenza della sua istituzione, dunque ancora agli inizi):

  • il reddito di garanzia ha effetti positivi più incisivi sulle condizioni di vita degli immigrati anziché sui residenti trentini, giacché le condizioni di vita dei primi sono mediamente peggiori;
  • riduce i rischi di trovarsi in condizioni di severa deprivazione materiale, soprattutto per le famiglie immigrate;
  • aumenta significativamente le capacità di spesa mensile per alimentari degli immigrati, molto meno per i nativi, avendo quasi sempre famiglie di dimensioni assai ridotte, composte da soggetti anziani e con minori bisogni di carattere alimentare;
  • comporta aumenti consistenti della spesa mensile in beni durevoli, più per i nativi che per gli immigrati. Ciò perché i secondi devono far fronte soprattutto alla spesa in beni di prima necessità (alimenti e vestiario);
  • non vi sono risvolti positivi per l’occupazione, sebbene, proprio perché non incide molto sulla vita dei residenti, non generi alcun disincentivo alla partecipazione al mercato del lavoro.

In conclusione, da quanto si evince da questi punti, si può dire che il reddito di garanzia trentino andrebbe migliorato in quattro elementi.

  • di modulare l’ammontare e la durata delle erogazioni in rapporto alla consistenza dei reali bisogni dei beneficiari;
  • di controllare sistematicamente il rigoroso rispetto delle condizioni di ammissibilità alla misura;
  • di accompagnare il sostegno monetario con interventi di attivazione rispetto al mercato del lavoro;
  • richiedono un attento governo del loro funzionamento al fine di renderle via via più efficienti, eque ed efficaci.

Regole queste che devono essere tenute presenti se si vuole istituire un reddito di garanzia realmente incisivo. Ma almeno a Trento ci hanno provato