Recuperare Keynes: Pro e Contro

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Keynes è uno dei pilastri della moderna politica economica. Negli anni Trenta le sue teorie salvarono il mondo dalla terribile crisi del ’29, sconfessarono le teorie classiche dell’economia, e – soprattutto – garantirono all’Occidente, un trentennio di ininterrotta crescita economica.

Poi, qualcosa si ruppe: venne la crisi energetica degli anni Settanta e le ricette keynesiane si rivelarono inadeguate. Cosa successe? Semplicemente, si verificò un quadro che andava oltre le situazioni descritte da Keynes. Questi rintracciava l’origine della crisi economiche negli squilibri della domanda (che comprendeva investimenti statali, consumi delle famiglie, tassi di cambio/costo del denaro). Il corollario di ciò era l’impossibilità di coesistenza di inflazione e di disoccupazione. Delle due l’una, insomma. Negli anni Settanta, avvenne proprio l’impensabile: sopraggiunge l’inflazione accompagnata da una crescente disoccupazione. Keynes, tutto a un tratto, divenne inutile e venne messo definitivamente da parte. Il problema, col senno di poi, non va rintracciato nella teoria keynesiana – che aveva funzionato egregiamente per quasi quattro decenni – ma nel cambiamento dell’assetto mondiale che l’economista americano certo non poteva prevedere. Gli Stati, soprattutto in fatto di energia, dopo la Seconda guerra mondiale divennero più dipendenti l’un l’altro, sicché l’aumento del costo dell’energia in Medio Oriente causò gravi danni in tutto il resto del mondo. E’ proprio questo il punto: la crisi degli anni Settanta non fu causata da fattori interni, ma da fattori esterni.

Sull’onda della delusione nei confronti delle teorie keynesiane emersero quelle, radicalmente diverse, di Milton Friedman, marcatamente liberiste. Queste sconfessarono l’utilità a lungo termine degli investimenti statali, del sostegno ai consumi, e privilegiarono un ottica macro-economica: il vero benessere duraturo può nascere solo se i parametri macro-economici (come il bilancio statale e la bilancia dei pagamenti) sono in positivo. Sono le teorie che “vanno di moda” attualmente. Eppure, le loro ricette sembrano non funzionare. L’austerity, derivato delle politiche neo-liberiste, si sta rivelando – in Spagna, come in Grecia, come in Italia – una cura più dannosa del male stesso. Non sorprende il fatto, dunque, che in questi mesi alcuni economisti stiano cercando di recuperare Keynes. Non si tratta di una semplice controffensiva al neoliberismo, ma di una valutazione di fatto.

La crisi attuale, infatti, differentemente da quelle dell’ultimo trentennio, è incredibilmente simile a quella del ’29, nei cui confronti le ricette keynesiane si rivelarono adeguate. Attualmente, coesistono un basso livello di inflazione e un alto livello di disoccupazione. Il problema, ora come 80 anni fa, è proprio il calo della domanda: i consumi delle famiglie, ad esempio, sono in grande contrazione.

Stanno emergendo, però, alcuni nuovi detrattori di Keynes. Questi lamentano l’impossibilità di recuperarlo: in parole povere, non si può fare leva sugli strumenti keynesiani. Non si può manovrano il tasso di cambio, poiché vige la moneta unica. Non si può fare leva sulla spesa pubblica, perché permangono i limiti imposti dal debito pubblico. L’unica leva azionabile è quella del sostegno ai consumi: è sufficiente, in questo caso, abbassare la pressione fiscale allo scopo di dare alle famiglie più denaro da spendere.

Per questo, molti pensano che per risolvere la crisi economica sia necessario rinegoziare i trattati europei e spezzare i vincoli dettati dalla moneta unica e dal fiscal compact.