La questione dello Stato Federale

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Si rende opportuno fare chiarezza sulla questione dello Stato federalista al fine di evitare che la nozione di federalismo possa essere utilizzata attraverso interpretazioni personali e non invece come esigenza nuova per l’avvio verso l’organizzazione di uno Stato dotato di una struttura moderna più rispondente ai problemi che il terzo millennio quanto prima ci farà affrontare.
Bisogna partire dal fatto che il nostro Stato non è uno Stato federalista bensì uno Stato regionalista.
Quando noi parliamo di Stato Regionalista i poteri sono accentrati prima nello Stato e successivamente negli enti locali quali regioni, provincie e comuni.
Quindi nello Stato regionalista tutto appartiene allo Stato tranne quelle funzioni che il parlamento con legge attribuisce alle regioni.
Sono queste ultime funzioni limitate e riguardano solo alcuni settori di competenza.
Quando si parla invece di Stato liberale le regioni diventano titolari di poteri e funzioni per prima e successivamente lo Stato per poteri e funzioni che la legge riserva allo Stato dal parlamento.
Con lo Stato Liberale si invertono le posizioni tra Stato e le Regioni.

Lo Stato in questo caso si occuperà di poche funzioni e avrà limitato potere di legiferare e decidere.

Le difficoltà nascono perché si vuole passare da uno Stato nazionale ad uno Stato federale quando invece normalmente è quello federale che precede il nazionale.
Lo Stato federale di solito nasce perché esistono sostanziali diversità tra aree geografiche all’interno del Paese ritenendosi opportuno maturare la coesione attraverso il processo di federazione per il tempo occorrente alla formazione dello Stato unitario nazionale.

Considerato che in Italia non vi sono diversità tra regioni tali da giustificare lo Stato federale, l’unico processo di federalismo che ci potrà interessare sarà solo per la materia fiscale.
Attualmente la gestione della materia fiscale è di competenza dello Stato mentre sono le regioni, le provincie ed i comuni che svolgono le funzioni.
Attraverso il prelievo di ricchezza effettuato dallo Stato gli enti locali approntano tutta una serie di servizi per cittadini perché ricevono buona parte della ricchezza raccolta dallo stesso Stato.
Gli enti locali quindi sono destinatari di trasferimenti finanziari da parte dello Stato verificandosi in questo modo una sfasatura tra l’ente che incassa e l’ente che organizza i servizi per i cittadini.
La sfasatura determina poi quell’anomalo rapporto tra cittadino ed ente locale periferico per via del controllo sulla spesa che lo stesso cittadino non esercita in quanto i tributi non sono stati pagati direttamente all’ente che organizza i servizi bensì allo Stato centrale lontano dalla realtà dei destinatari dei servizi.

La logica del federalismo fiscale esige che la maggior parte dei tributi dovrebbero essere raccolti dai comuni, provincie e regioni e solo in minima parte dallo Stato.
Per rendere operativa tale distinzione di dovrebbe stabilire quali sono le funzione che dovrebbero fare capo allo Stato e quali invece agli enti locali.
Cosi facendo gli enti locali effettuerebbero solo le spese che sono strettamente legate alle funzioni loro affidate.
Lo stesso dicasi per lo Stato.
Si eviterebbero in questo modo i trasferimenti di ricchezza dallo Stato alle regioni.
Onde evitare che le regioni più povere di incassi per tributi continuerebbero a rimanere diseredato per sostenere spese loro occorrenti, per produrre i servizi ai cittadini si potrebbe introdurre il congegno che permetterebbe di destinare allo Stato una certa percentuale di ricchezza raccolta dagli enti locali per contributo di solidarietà nazionale con (correttivi di progressività).

La progressività sarebbe giustificata dal fatto che la regione più ricca dovrebbe contribuire maggiormente ad aiutare le regioni più povere onde evitare eccessive sacche differenziali di benessere che comprometterebbero la solidità della unitarietà nazionale del Paese.
Tale contributo di solidarietà nazionale sarà trasferito dallo Stato alle regioni più povere, dalle regioni alle provincie più povere e dalle provincie ai comuni più poveri.
In questo modo lo Stato incasserà direttamente dai cittadini una serie limitata di tributi per produrre i servizi affidati dalla legge ed indirettamente dalle regioni il contributo di solidarietà nazionale per finanziare quelle regioni dove sussistono condizioni di precarietà finanziaria.
Con tale sistema si renderebbe operativo il concetto di federalismo fiscale in quanto gli enti locali incasserebbero la maggior parte dei tributi e nello stesso tempo spenderebbero tale ricchezza nel produrre tutta una serie di servizi per i cittadini.

Allo Stato, in aggiunta alle funzioni che la legge stabilirà che siano svolti, sarà affidata la funzione importante del controllo finale sulla produttività della spesa effettuata dagli enti locali e sulla ricchezza raccolta al fine di stabilire la percentuale (proporzionale e progressiva) da destinare come contributo di solidarietà nazionale. Cosi operando l’organizzazione dello Stato sarà di tipo liberale dove le regioni sono titolari di importanti funzioni (incasseranno i tributi e finanzieranno le spese).
Lo Stato svolgerà anch’esso importanti funzioni primarie (incasserà i tributi e finanzierà la spesa) e nello stesso tempo svolgerà la funzione di ridistribuzione alle regioni più povere la ricchezza raccolta tramite il contributo di solidarietà nazionale in aggiunta a funzioni di controllo sugli enti locali.

L’evoluzione naturale delle funzioni di uno Stato moderno esige che l’attività principe sia quella del coordinamento e controllo più che svolgere funzioni ordinarie che possono essere gestite da unita periferiche le quali sanno essere più operative essendo fortemente collegate al territorio.
Tale destinazione delle funzioni è del resto richiesta dalla sempre e più consistente necessità imposta dai sistemi complessi che devono attivarsi nello spazio sociale.

Penso quindi che sia arrivato il momento storico di doversi adeguare alla necessità di approntare sistemi di controllo a bilancio della gestione pubblica dei più moderni ed efficienti.
A dire il vero tale necessità sarebbe dovuta essere presente presso la nostra classe dirigente, già da alcuni decenni.
L’occasione non si è mai presentata in quanto è prevalso l’aspetto politico su quello economico/finanziario e questo malessere della cultura amministrativa ha frenato ogni tipo di sviluppo della nostra economia, in particolare nel meridione di Italia.

Il momento storico è arrivato con l’introduzione dell’organismo istituzionale del federalismo fiscale.
Il federalismo inteso come sistema atto a predeterminare il processo formativo della spesa e delle entrate necessarie per far funzionare le aziende pubbliche ed enti di qualsiasi forma essi si presentino sul territorio.
Il nuovo sistema si dovrà incentrare sopratutto sulla responsabilizzazione della gestione da parte degli amministratori.
Ciò costituisce a mio avviso la nuova cultura trainante di ogni area di gestione dello Stato italiano.
Innovazione quindi quale processo nuovo di concepire la formazione della spesa e delle entrate.
La quale spesa ora diventa un componente cui si dovrà misurare costantemente ed adeguare a parametri quantitativi e qualitativi nella formazione del servizio tali da assumere elementi di maggiore produttività e conseguentemente competitività oggi tanto necessari per meglio supportare il fenomeno della globalizzazione.
Infatti è la stessa globalizzazione che ci detta questa necessità di ricambio culturale della ricerca continua a migliorare.
Ogni regione dovrà incentrarsi costantemente per trovare soluzioni quanto più possibile razionali ai svariati problemi d’ordine finanziario, economico tecnico, contabile.
E’ evidente che il federalismo introduce nella gestione amministrativa delle regioni una riorganizzazione delle attuali strutture.
Riorganizzazione che investe ogni aspetto, da quello umano a quello materiale e se questo avviene, non potrà che determinare una favorevole ripercussione sul processo di formazione della spesa quindi sul grado di economicità dell’intera combinazione sociale.

La spesa di ogni singolo componente partecipante la formazione del servizio ha un preciso parametro di confronto che si chiama costo standard oltre il quale la stessa spesa assume carattere di anti economicità.
L’anti economicità che ci allontana poi come Paese dall’essere competitivi nell’area europea e non.
Il federalismo se portato avanti con serietà di intenti, può divenire uno strumento di pulizia della logica politica che vuole prescindere dall’obiettività della azione razionale cui invece dovrà improntarsi l’amministrazione pubblica.
Logica politica la quale, come noi tutti sappiamo ci ha portato a far rallentare il treno della nostra modernità facendoci retrocedere su posizioni di retrovia di certo non collimanti con il nostro arco storico di conoscenza.
Il lavoro che ci aspetta penso sia complesso e di certo non lo si può liquidare con poche parole quali dare avere, di più o di meno, più legittimati o meno.
Perché questo modo di ragionare molto impreciso ci potrà portare a non conseguire poi alcun risultato pratico.
Ho parlato di spesa standard e questo ci fa pensare che il concetto possa servire per considerare tutto uno studio sulla ottimizzazione dell’area spesa (suddivisione del lavoro, fissazione dei compiti, sistema dei rapporti, comunicazione e programmazione globale aziendale)

Tutto ciò se fatto con scientificità, il federalismo diventa portatore di benessere e di democrazia diffusa .

Il federalismo quindi costituisce un meccanismo di contabilità settoriale che mette in condizione le Regioni di instaurare rapporti finanziari al fine del mantenimento delle attività centrali dello Stato nonché quelle delle stesse Regioni.
Le unità interessate dal meccanismo possono raggrupparsi nel seguente ordine:

1. Ministeri
2. Struttura nazionale
3. Regione
4. Ente locale

Non vengono presi in considerazione gli enti previdenziali.

Si considera ministero o struttura nazionale quell’organizzazione operante al centro del Paese e non invece le sue organizzazioni periferiche le quali sono considerati regionali al pari degli enti locali classici.

Le strutture di cui al punto 1 e 2 sono soggette all’elaborazione del relativo bilancio finanziario delle entrate e delle uscite ed il relativo fabbisogno finanziario dovrà essere finanziato tutto indistintamente ed in proporzione al numero di abitanti.

Riguardo al punto 3 vanno comprese le regioni, le unità periferiche di ogni ministero e da tutti gli enti locali.
Il bilanci di ogni singola regione comprenderà sia le spese proprie che l’onere di mantenimento a carattere nazionale (ministeri e strutture nazionali).
Le regioni con surplus finanziari dovranno effettuare i trasferimenti alle regioni con deficit finanziario tramite una unità di coordinamento nazionale dello Stato federale.
Si evidenzia l’importanza nella formulazione della spesa di rispettare il livello standard stabilito come termine di confronto con le altre voci di spesa, ciò potendo avvenire anche con aggiustamenti graduali nel tempo.

Il centro di coordinamento dello Stato federale dovrà essere considerato struttura essenziale sopratutto nei primi anni del federalismo fiscale al fine di modellare le varie politiche economiche regionali onde ottenere obbiettivi unitari di formazione della ricchezza nazionale e naturalmente del suo consumo.