Quantitative easing, soluzione per rispettare i vincoli di bilancio

I dati relativi all’economia diffusi in estate hanno scombussolato i piani dei governi europei e persino quelli della Bce. Era prevista una crescita moderata, in grado di facilitare il cammino verso il rispetto dei parametri quali il tetto del 3% del rapporto deficit-Pil (se il denominatore aumenta, il rapporto scende). E invece il Vecchio Continente si è ritrovato immerso in una terza ondata di recessione-stagnazione totalmente inattesa, peggiorata tra le altre cose dalla deflazione imminente.

Tutto ciò mentre la disoccupazione non scende e i consumi non decollano. Inutile dire che questi fenomeni in Italia si stanno manifestando in modo ancora più intenso. La domanda che si stanno ponendo i policymaker di mezza Europa, e anche quelli italiani, è la seguente: con questa situazione di partenza, come sarà possibile rispettare i limite del deficit e, obbligo ancora più improbabile, il Fiscal Compact?

La soluzione più facile da adottare, nel senso che non richiede nessuna particolare dote intellettuale, è proseguire come si è sempre fatto da quattro anni a questa parte: con l’austerity, ossia aumentando le tasse e tagliando la spesa pubblica. Un metodo che si è rivelato fallimentare (il debito italiano nonostante le manovre lacrime e sangue è salito sopra al 133%). Una versione più morbida di questo metodo consisterebbe nel tagliare la spesa improduttiva, di fatto efficientando l’intervento statale, ma si tratterebbe di una soluzione a lungo termine e, soprattutto, dall’impatto limitato.

Ci vorrebbe un cambiamento di passo deciso a livello comunitario. In attesa di svolte europee, il ministro dell’economia Padoan sta procedendo come è nelle sue possibilità. Di fatto, sta preparando il terreno per un autunno caldo, fatto di tagli e nuove tasse. Una riedizione in salsa renziana di ciò che abbiamo visto durante il Governo Monti e, in precedenza, negli ultimi anni del Governo Berlusconi. Altro, stando alle condizioni attuali, è praticamente impossibile fare.

Sicché, il ministro ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera che la Spending Review coinvolgerà anche diritti acquisiti e interverrà sulla spesa in sanità e istruzione. Insomma, un nuovo attacco allo Stato Sociale. Contemporaneamente, il commissario alla Spending Review Cottarelli sta cercando di rimediare una manciata di miliarda dalla vendita delle partecipazioni statali.

Tutto suona come un tentativo di svuotare l’oceano con il secchiello. Draghi, presidente della Bce, ne è ben cosciente e sta aspettando sulla riva del fiume il cadavere dell’austerity, ossia la prova provata che le misure fin qui adottate hanno solo peggiorato la situazione. C’è da dire che, vista la tragica situazione dell’Europa, siamo a buon punto.

Solo allora la Germania potrà accettare il Quantitative Easing. Solo quando il rigore avrà portato la recessione anche a Berlino. A quel punto (e non prima, come pronosticato dopo il forum delle banche centrali) la Bce potrà mettersi a stampare denaro.

Misura, questa, che paradossalmente aiuterebbe gli stati a rispettare la disciplina di bilancio. Il motivo è semplice. Innanzitutto, pur intervenendo ad aumentare “fittiziamente” il debito, non aumenta il deficit perché gli interessi dei titoli pubblici acquistati tramite QE stanno a zero. In secondo luogo, le decine (presumibili) di miliari a disposizione delle economie farebbe ripartire i consumi e contribuirebbe in maniera decisa ad aumentare il Pil. A quel punto, il reddito imponibile crescerebbe e così anche le entrate.

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