Il Quantitative Easing Verso il Suicidio: La Causa? I Rendimenti Negativi

Il Quantitative Easing è stato partorito con dolore. Lunghe fasi di negoziazione hanno preceduto la sua nascita e i compromessi – inutile negarlo – hanno lasciato il segno. Il riferimento è al ruolo di garante forzatamente assegnato alle banche centrale, il quale rende l’allentamento monetaria diverso dagli omologhi di Giappone e Stati Uniti. Nonostante la fase preparatoria si sia rivelata difficile, il Quantitative Easing in salsa europea ha riscosso un certo successo, almeno fino a questo punto. I mercati hanno spiccato il volo, la deflazione ha rallentato, l’euro si è svalutato (un evento atteso oltre che benefico) e i rendimenti dei titoli di Stato sono crollati. Per fortuna, verrebbe da dire: giusto per fare un esempio, l’Italia nel 2011 si è trovata sull’orlo del baratro proprio a causa dello spread.

Eppure è proprio la questione dei rendimenti a mettere in pericolo l’intero Quantitative Easing. A causa di questo fenomeno, il bazooka di Draghi potrebbe essere chiuso anticipatamente. Questa prospettiva, sia chiaro, ha senso solo nel caso in cui la Bce non facesse nulla per contrastare gli effetti collaterali. Nonostante le problematiche che riguardano la fattibilità delle soluzioni, è improbabile che la Banca Centrale Europea stia a guardare.

Perché il crollo dei rendimenti dei titoli di Stato rischiano di far chiudere i battenti al Quantitative Easing? E’ una questione di domanda e di offerta, ma anche di regole. Sul primo aspetto si può fare poco, sul secondo la colpa va assegnata alla Bce – alla sua scarsa lungimiranza (almeno in questo caso) e alla sua arrendevolezza di fronte alle richieste di chi avversa il QE per una questione di principio.

La situazione è la seguente. Per far contenta la Germania e co., la Bce si è in un certo senso castrata: non può acquistare oltre il 25% delle emissioni totali per ogni singolo paese. Questo limite si riproduce all’interno delle singole scadenze. Sicché non è possibile acquistare più del 25% delle emissioni di bond a 10 anni; più del 25% delle emissioni a un anno e così via. Questo sistema mostra tutte le sue debolezze quando i rendimenti di alcune tipologie scendono sotto lo zero e quindi non sono più desiderabili. Proprio quello che sta accadendo. I bond tedeschi a breve scadenza sono ormai sotto lo zero, dunque vengono emessi con minore frequenza dai tesori. Di conseguenza, aumentano le emissioni a scadenza lunga. Non potendo superare la quota percentuale del 25% all’interno delle categorie, l’ammontare totale degli acquisti diminuisce.

Si tratta di un circolo vizioso che se non venisse fermato potrebbe portare alla chiusura del Quantitative Easing. Minori sono gli acquisti, minore è l’efficacia. Dunque, che senso avrebbe – visto l’alto rischio di effetti collaterali – mantenerlo in piedi? E’ quello che, forse, vorrebbe la Germania (ma forse no, visto che il crollo del rendimenti ha interessato soprattutto lei) anche se appare strano che la motivazione non sia nemmeno pallidamente vicina a quelle proposte dai tedeschi in fase di negoziazione.

Ovviamente, tutto si risolverebbe semplicemente annullando il limite del 25%. Per adesso, non se ne parla neppure. E non sarebbe nemmeno l’unica problema: in sottofondo c’è quello, forse più pressante, della copertura assegnata alle banche centrali.