Quantitative easing non è la soluzione: parla Andrea Terzi

In queste settimane è ritornato alla ribalta la discussione sull’eventuale introduzione del Quantitative Easing in Europa. C’ha messo lo zampino Mario Draghi, presidente della Bce, che nel corso del suo intervento al forum delle banche centrali ha parlato di misure non convenzionali contro la bassa inflazione e la stagnazione, facendo così un riferimento implicito alla “stampa di moneta”.

I mercati hanno accolto con favore questo criptico annuncio e si sono comportati come se il provvedimento fosse già in atto o imminente. Le borse europee hanno fatto segnare fin dalle prime fasi incoraggianti positivi e, sul fronte del forex, il cambio euro-dollaro è tutt’ora protagonista di una discesa che fa ben sperare per le esportazioni.

Gli ostacoli, però, sono tantissimi. In primis il niet tedesco, che si è palesato con le dichiarazioni del ministro tedesco dell’economia Schauble, che ha chiosato le parole di Draghi (“è falso che sia contro l’austerity”) e soprattutto con la telefonata del cancelliere Merkel al presidente della Bce, una vera e propria bacchettata per le dichiarazioni al forum delle banche centrali.

Come se non bastasse, anche alcuni economisti si stanno frapponendo tra Draghi e il QE europeo. Tra questi spicca Andrea Terzi, professore di economia monetaria all’Università cattolica del Sacro Cuore e docente presso il Franklin College Switzerland. Il docente ha espresso in un editoriale su Il Sole 24 Ore i propri dubbi circa il Quantitative Easing e ha esposto e sue teorie su un altro strumento, a suo dire più efficace: gli Eurobond.

Perchè il Quantitative Easing all’americana non funzionerebbe? Principalmente perché, proprio come il programma di rifinanziamento delle banche già attuato da Draghi, non permette un controllo delle risorse da parte delle istituzioni europee. In estrema sintesi, la misura si ridurrebbe alla trasmissione di denaro dal livello comunitario a quello nazionale, senza un preciso piano per quanto riguarda il miglioramento della domanda aggregata. Ogni paese farebbe “a modo suo”.

In effetti, il Quantitative Easing altro non è che l’acquisto dei titoli di Stato nazionali da parte della Bce. Gli Eurobond, invece, rappresentano uno strumento quantitativamente meno potente ma più preciso. In questo caso, i titoli di debito sarebbero sì emessi dalle tesorerie nazionali, ma verrebbero acquistati dal mercato secondo con la garanzia della Bce. I tassi di interessi, a dispetto del QE, non sarebbero dello zero percento ma dell’uno, massimo due percento. Il denaro costerebbe comunque molto poco. Nel caso in cui uno Stato non riuscisse a ripagare questo particolare tipo di debito, magari perché vicino al 3% del rapporto deficit-Pil, sarebbe l’Unione Europea, e quindi i paesi membri “a metterci del proprio”. Insomma, l’eurobond è un sistema in cui un paese aiuta l’altro. Alla luce di quest’ultimo particolare, si intuisce perché la Germania è contraria: i tedeschi sono gli unici a non avere problemi di finanziamenti, quindi a loro toccherebbero solo gli svantaggi di un simile metodo.

Gli eurobond rappresentano uno strumento più preciso del Quantitative Easing in quanto vincolano gli stati membri a utilizzare bene il denaro, che, a differenza del QE, non sarebbe affatto gratis. Inoltre, si eviterebbero quegli effetti collaterali tipici dell’allentamento monetario all’americana, come l’escalation di inflazione e la dipendenza degli investimenti esteri dai programmi QE.