Quantitative Easing è Solo un Placebo, Parola di un ex del Governo Prodi

E’ innegabile che le prospettive dell’economia appaiano oggi migliori di quanto non lo fossero qualche mese fa. Le stime della crescita sono in aumento (per l’Italia si parla comunque di pochi decimali), la deflazione sta frenando, l’euro e il dollaro stanno giungendo alla parità. Sembra proprio che il Quantitative Easing varato da Draghi stia funzionando. Per quale motivo non dovrebbe? D’altronde, ha funzionato negli Stati Uniti.

Questo ragionamento potrebbe apparire troppo ottimistico. Se non altro dal punto di vista logico: cantare vittoria oggi è imprudente, siamo solo agli inizi della battaglia “monetaria” contro la crisi messa in piedi dalla BCE.

Non sono pochi gli economisti che in questo periodo mettono in guardia dai facili entusiasmi. Tra quelli più attivi sul web, spiccano Mario Lettieri e Andrea Del Monaco, rispettivamente sottosegretario all’Economia per il Governo Prodi II e Andrea Del Monaco, consulente economico per lo stesso esecutivo. La loro opinione, sebbene non possa essere considerata negativa, è comunque critica nei confronti delle posizioni più ottimistiche, che poi sono quelle che dominano i media in questi giorni.

C’è troppa “psicologia e poca economia reale nel quantitative easing, l’allargamento quantitativo di Mario Draghi. E anche in molti commenti alla politica della Bce” Scrive in una lettera. Il nocciolo della questione è il seguente: è l’euforia stessa ad aver creato le condizioni per un miglioramento dell’economia, che però è temporaneo perché non basato sull’economia reale. Il problema vero è capire quanto del denaro che la Bce ha “in stampa” finirà negli investimenti sia pubblici che privati. Da questo punto di vista, appare inadeguato il termometro scelto da Draghi per misurare gli effetti dell’allentamento monetario: l’inflazione. Secondo l’ex sottosegretario, dovrebbe essere il credito al consumo.

Il giudizio di Andrea Del Monaco, invece, entra maggiormente nel merito e contribuisce a gettare ombre sul modo in cui è costruito il Quantitative Easing. Si ritorna quindi sempre lì, alla “clausola” che la Germania ha preteso a mo’ di compromesso: la condivisione dei rischi. Si è deciso che l’80% degli acquisti avrà come garante la banca centrale nazionale di riferimento, e non la BCE. Quindi, è come se a comprare i titoli fosse la Banca d’Italia piuttosto che la Banca Centrale Francese. Il corollario di questa scelta è l’autonomia: ogni banca centrale può fare il bello e il cattivo tempo, e non è detto che scelgano la prima alternativa.

L’esempio di Del Monaco è esaustivo: “QE funzionerà solo se la Banca d’Italia porrà la seguente condizione alle banche: ogni mese vi compro i vostri BTP per 7 miliardi di euro, solo se concederete crediti a tassi dimezzati per 7 miliardi di euro al mese. Solo allora il QE funzionerà e l’imprenditore lucano avrà fidi bancari con tassi dimezzati. Oppure la famiglia pugliese avrà il mutuo per la casa pagando una rata dimezzata rispetto ad oggi”.

Il punto di convergenza tra la tesi di Lettieri e quella di Del Monaco è chiaro: la necessità che il QE impatti sull’economia reale, e i vincoli legano questa al nuovo corso della politica monetaria europea. Vincoli che, come illustrato dai due economisti, appaiono molto deboli.