Il Quantitative Easing dell’Italia si chiama Mafia

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Altrove, paesi come gli Stati Uniti e il Giappone hanno risposto alla crisi dell’economia reale con generosi programmi di politica monetaria espansiva. Detta in maniera gergale, hanno stampato moneta. Hanno immesso nel ciclo economico liquidità pronta a essere investita per creare occupazione, abbassare la pressione fiscale, introdurre sussidi per i disoccupati, migliorare il welfare. Gli Stati Uniti hanno utilizzato il Quantitative Easing (85 miliardi di dollari al mese), il Giappone ha messo in piedi la cosiddetta Abenomics, una serie di riforme e provvedimenti che, in ogni caso, hanno un solo obiettivo: inondare di liquidità il mercato.

E l’Italia? Il Bel Paese manovre del genere non può nemmeno sognarle. La sovranità monetaria non è più cosa sua. L’euro è in mano alla Bce che, rispetto agli italiani, si comporta come una banca straniera. E questa banca straniera è a forte trazione tedesca, quindi avversa all’inflazione e avversa alle politiche monetarie espansive, che secondo certa economia causano aumenti dei prezzi.

Ma l’Italia, a suo modo, sta vivendo un “momento” di Quantitative Easing. Un momento pessimo, perché il denaro immesso nel sistema economico non proviene da nessuna banca centrale, non è deciso a tavolino da nessuna autorità economica, non ha – soprattutto – lo scopo di perseguire il bene collettivo. E’ in estrema sintesi, denaro criminale. Frutto di riciclaggio, del narcotraffico, delle estorsioni e, in generale, di molte attività illecite.

A dirlo è un documento pubblicato dalla Guardia di Finanza, che rivela la quantità di denaro “maledetto” mossa ogni anno dalle varie organizzazioni criminali. Sono 170 miliardi di euro, qualcosa come il 10% del Pil dell’Italia. Di questi 170 miliardi, 75 sono frutto di evasioni, quindi direttamente “rubati” dalle casse dell’erario.

Questi soldi “neri” creano ricavi ingenti ai delinquenti. Il profitto stimato sempre dalla Guardia di Finanza è compreso tra i 17 e i 33 miliardi di euro. L’attività più redditizia è il narcotraffico (7,7 miliardi di euro). A seguire troviamo le estorsioni (4,7 miliardi), lo sfruttamento della prostituzione (4,6 miliardi) e la contraffazione (4,5 miliardi).

Numeri impressionanti. E le autorità che fanno? E’ già un qualcosa di positivo questo “screening” realizzato dalla Guardia di Finanzia. Conoscere il fenomeno, e la sua portata, è il primo passo per debellarlo. I risultati che sono stati portati a casa, per ora, sono quasi irrilevanti. La Guardia di Finanza ha recuperato solo 3 miliardi, che corrispondono a una percentuale misera del totale: il 2%.

Il problema principale risiede negli strumenti utilizzati dalle organizzazioni criminali per sfuggire alle autorità: società finanziarie, broker assicurativi ma anche i classici usurai di quartiere si muovono più velocemente degli strumenti legislativi o amministrativi su cui lo Stato può contare.

Giovanni Padula, colonnello del III Reparto Operazioni della Guardia di Finanza, a tal proposito ha dichiarato: “Oggi, esiste un controllo dell’economia tout court da parte delle associazioni mafiose intese in senso non solo tradizionale. Dunque, quando ci convinceremo che quel che siamo abituati a fare nel Mezzogiorno del Paese di fronte a Camorra, ‘Ndrangheta e Mafia va fatto sull’intero territorio nazionale non sarà mai troppo tardi. E’ inutile continuare a ragionare in termini di Regioni, provincie, comuni. L’economia criminale si muove lì dove l’economia legale manifesta urgenza di liquidità e in quei distretti produttivi dove la crisi consente, di fagocitare a prezzi di saldo, cannibalizzandole, imprese e società al collasso”.