Quantitative Easing: e se fallisse? I Dubbi dell’economista Nouriel Roubini

Nouriel Roubini raramente sbaglia. Lo ha dimostrato in questi ultimi dieci anni. Tra i pohi economisti internazionali a predire la crisi ben prima che i primi sintomi si verificassero, è sempre stato accolto con scetticismo. Anzi, come una Cassandra. Non è un caso che il suo soprannome sia Mister Doom, signor Apocalisse.

Nel 2006 ha teorizzato l’insostenibilità del sistema americano (basato sui subprime) e un possibile – e disastroso – crollo prima finanziario e poi economico. Beh, ci ha azzeccato. Forse è eccessivo pendere dalle sue labbra, ma ascoltarlo con attenzione è d’obbligo.

Roubini ha di recente parlato del “bazooka” di Draghi, il famigerato Quantitative Easing. Considerato come la panacea di tutti i mali e accolto – dagli analisti ma anche dai mercati – con un entusiasmo sorprendente – è oggetto di qualche perplessità da parte dell’economista.

Perplessità che si sviluppano su un doppio binario. Il primo è rappresentato dalle caratteristiche intrinseche di questo strumento di politica monetaria non convenzionale. Il secondo, invece, riguarda il contesto nel quale il Quantitative Easing europeo opera. Il punto di partenza di Roubini è il Quantitative Easing Usa, che ha sì sollecitato l’economia americana ma, almeno rispetto alla potenza di fuoco messa in campo, si è rivelato a conti tutti una montagna che ha partorito il topolino.

Dal momento che i due QE, eccetto che per l’elemento copertura, sono del tutto simili, criticare l’allentamento monetario americano vuol dire criticare l’allentamento monetario europeo.

Cos’ha reso fallimentare il programma della Fed? Parlando del primo binario, ossia quello dei limiti dello strumento in sé, Roubini ha lamentato una certa mancanza di autonomia. Insomma, il Qe, da solo, non produce effetti positivi rilevanti e se lo fa, è a costo di pesanti effetti collaterali. L’unica vero conseguenza è l’immissione di denaro dove c’è già. Il Qe può essere paragonata alla pioggia. L’acqua cade, ma si accumula dove c’è un contenitore pronto a raccoglierla. Ecco, quei “contenitori” paragonabili dal punto di vista economico al concetto di domanda, non c’erano negli Usa e non ci sono in Europa.

“Per essere veramente efficace lo stimolo monetario deve essere accompagnato per tutta la sua durata da stimoli fiscali, cosa che in verità manca in tutte le principali economie. In effetti, la zona euro, il Regno Unito, gli Stati Uniti e il Giappone stanno tutti perseguendo vari gradi di austerità fiscale”.

Il nodo è sempre quello: l’austerity. In questo caso l’attacco all’approccio rigorista non è cieco ma frutto di un ragionamento che proviene da lontano, e che ha sempre arricchito i dibattiti degli economisti. La politica monetaria e la politica fiscale devono andare di pari passi. Se non lo fanno, qualsiasi sforzo da un lato e dall’alto è destinato a fallire. E’ una riflessione inquietante, dal momento che fa luce su un problema dell’Unione Europa che è in primo luogo strutturale: la politica monetaria, nell’UE, è per definizione, sganciata dalla politica fiscale. La prima è in mani comunitarie, la seconda è appannaggio degli stati membri.

Per Roubini il Quantitative Easing dovrebbe accompagnarsi a una politica fiscale espansiva, che attualmente in Europa – come altrove – latita. La necessità non si esaurisce nella semplice riduzione delle tasse ma anche nell’aumento degli investimenti pubblici.

I problemi del QE europeo, però, non finiscono qui. La Bce, infatti, ha inserito un elemento di garanzia che rischia di inceppare la macchina. Questo elemento riguarda la copertura. Non è totalmente in mano alla banca centrale, come ogni allentamento quantitativo che si rispetti, ma lo è anche nelle mani delle singole banche nazionali (per un rapporto di 20 a 80). Questo vuol dire che, nel caso le cose andassero male, i rischi di insolvenza e la speculazione potrebbero tornare a farla da padrone.

Alla luce di questo elemento, c’è chi in Europa chiede a gran voce un nuovo Quantitative Easing. La voce è quella, a dire la verità non molto imparziale, della Grecia. Il ministro delle finanze ellenico Varoufakis dal pulpito di Cernobbio ha proposto un nuovo programma di acquisto titoli, dal sapore americano ma senza il limite delle coperture pensato da Draghi. Un programma gestito dalla Bei, Banca Europea degli Investimenti, che dovrebbe offrire una liquidità di 1.000 miliardi di euro e una copertura del 100%. Una buona idea, se non fosse condito dall’astio che in questo periodo scorre agevole tra Atene e Berlino. Non è un caso che Varoufakis, oltre a proporre questa mosse, abbia proposto anche il nome: “Piano Merkel”.

Ad ogni modo, la questione della copertura rischia di essere un nodo essenziale. Eppure si tratta di un “difetto di produzione” ponderato e voluto. Una sorta di compromesso che la Bce ha dovuto accettare affinché la Germania, che quando si tratta di condividere i rischi diserti sempre, accettasse il Quantitative Easing.

Il fatto buffo è che anche la Germania critica il Quantitative Easing, nonostante questo sia stato cucito su misura delle richieste tedesche. I motivi probabilmente sono di natura tecnica, ma sono ugualmente fumosi, sicché gli esperti di Berlino si devono accontentare di criticare la misura non nel merito, ma su un altro piano, quello politico. Qual è la critica delle Germania? Un po’ paradossalmente, i tedeschi affermano che il Qe rappresenta un rischio perché, sostenuti da questa imponente manovra monetaria, i paesi del Sud Europa potrebbero pensare di rallentare il cammino delle riforme. Insomma, il pericoloso è che Italia, Spagna, Francia e così via si siedano sugli allori. Un’opinione che appare strumentale, anche perché pare che il Bel Paese non faccia altro che tentare di assomigliare alla Germania.