Quantitative Easing in arrivo: ecco cosa cambierà in Europa

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Col senno di poi questi mesi appaiono come una corsa al climax. Il numero uno della Bce ha iniziato parlando di vaghe “misure non convenzionali”, ha proseguito menzionando il pericolo della deflazione e ha terminato facendo l’annuncio meno atteso: l’istituzione del Quantitative Easing anche in Europa. La Germania non è affatto d’accordo ma il veto, almeno questa volta, dovrebbe essere ignorato: il momento è critico perché non solo la ripresa economica si sta rilevando una squallida stagnazione e la disoccupazione non accenna a scendere, ma è alle porta una crisi deflattiva in grado di rendere praticamente irreversibile lo status quo. In Spagna, ad esempio, la deflazione è già arrivata, mentre nel resto del Continente l’inflazione è lontanissima dal livello ideale (0,4% contro il 2%).

A dire il vero, non si può ancora parlare di Quantitative Easing. Il board della Bce non brilla per chiarezza di linguaggio e qualsiasi loro affermazione è mitigata da una spiccata tendenza alla diplomazia. Insomma, la parola magica (Quantitative Easing, appunto) non è stata pronunciata. Il riferimento al leggendario “allentamento monetario” è comunque palese: acquistare titoli in funzione anti-deflattiva, appunto, vuol dire proprio questo.

Draghi ha comunque stupito perché ha citato i numeri e ha restituito le dimensioni dell’intervento a cui sta pensando. La cifra è notevolissima: 1000 miliardi. Per l’Italia sarebbero 80. Sarebbe come sforare il limite del deficit di una mezza dozzina di punti. Insomma, a quanto pare è in arriva una paccata di miliardi.

Non vale però la pena di entusiasmarsi troppo. La manovra di Draghi, per quanto epocale, è arrivata con tutta probabilità in estremo ritardo. Se il vertice della Bce considerava il Quantitative Easing come un qualcosa da prendere in considerazione e non come un tabù (vedi Germania) perché ha aspettato tutto questo tempo per farlo? Gli Stati Uniti hanno iniziato praticamente a inizio crisi e ora stanno concludendo questo percorso… Monetario.

Ad ogni modo, sarà curioso scoprire come il Governo Renzi utilizzerà questi 80 miliardi, ammesso che arrivino per davvero. Il materiale sarebbe tanto, praticamente come tre finanziarie, senza per altro dover subire gli effetti collaterali delle finanziarie lacrime-e-sangue (recessione e disoccupazione).

E’ ancora troppo presto per pretendere che i politici dichiarino come vogliono utilizzare questo denaro, ma alcuni ci stanno già pensando. Tra questi spicca un esponente governativo di grande importanza: Enrico Morando, vice ministro dell’Economia, tesserato nel Partito Democratico. Non ha dubbi: parte degli 80 miliardi dovrebbe essere riservata all’istituzione del salario minimo garantito.

Per salario minimo garantito si intende, in questo caso, sia la creazione di una soglia minima per gli stipendi ma sia quello che molti identificano con il reddito di cittadinanza: ossia il reddito anche per chi non ha lavoro. Non a caso Morando ha specificato che questa misura interesserebbe anche e soprattutto i NEET, ossia coloro che non studiano e non cercano lavorano, e che quindi non hanno per definizione speranza di trovare un reddito.

Il viceministro ha espresso con decisione la necessità di istituire il salario minimo garantito e, soprattutto, di farlo funzionare. Ha addirittura parlato di carcere per i datori di lavoro che non concedono buste paga decenti.