Quantitative easing, può discriminare l’Italia: ecco come!

Siamo agli sgoccioli. Dopo anni in cui l’adozione di misure non convenzionali è stata solo accennata, e poi più o meno chiaramente annunciata, la Bce si prepara a mettere in campo il Quantitative Easing. Il lavoro che spetta a Draghi e ai suoi esperti è però arduo, molto più arduo di quello che i parigrado americani, giapponesi e inglesi si sono trovati di fronte al momento in cui hanno varato l’acquisto di titoli di Stato.

Le difficoltà derivano da due ordini di motivi. Il primo è rappresentato dalla necessità non di fare bene, ma di essere perfetti. Il Quantitative Easing è a tutti gli effetti l’ultima spiaggia per un’Europa impelagata nella crisi e che le ha private tutte. Per giunta la misura arriva tardi, sei anni dopo rispetto la Fed e tre anni dopo rispetto alla Bank of England. Se fallisce pure questa mossa, non rimarrà nient’altro.

Certo, dal QE in salsa europea ci si aspetta molto. E, in linea teorica, dovrebbe funzionare. Se non altro perché una delle conseguenze quasi certe è la svalutazione dell’euro – si pensa al raggiungimento della parità con il dollaro entro un paio di mesi – eventualità che aumenterà del 10% le esportazioni dei vari paesi. Le incognite però sono rappresentate dalla ripresa dei consumi interi, dall’allentamento del credit crunch e dal comportamento dei Governi. Molto banalmente, la Bce mette i soldi, ma il “come” spenderli è materia appannaggio dei singoli Stati.

La seconda questione che impensierisce Draghi riguarda il tipo di Quantitative Easing da mettere in campo. In genere l’allentamento monetario non comporta grosse difficoltà dal punto di vista metodologico. Farlo in Europa, però, è complicato. Draghi non deve occuparsi di uno Stato, ma di 28 Stati. Dunque, come distribuire il denaro? Le strade sono quattro, almeno a giudicare dallo speciale di Giovanni Pons apparso su Affari e Finanza del 12 gennaio.

  1. Per quote di partecipazione. In base a questa alternativa, la Bce acquista i titoli di Stato dei singoli paesi in base alla quota di partecipazioni delle banche nazionali alla Bce stessa. E’ un percorso accidentato perché stando a questo metodo dovrebbero essere acquistati anche i titoli di paesi extra-euro come la Gran Bretagna e la Bulgaria e non si terrebbe delle reali esigenze specifiche.
  2. Per titoli già emessi. In base a questa alternativa, farebbe fede la quantità di titoli già emessi. E’ lo scenario più favorevole all’Italia, dal momento che il nostro debito è quello più grande e quindi la quantità di titoli italiani acquistati sarebbe veramente alta.
  3. Per rating. In questo scenario l’Italia risulterebbe pesantemente svantaggiata. Il motivo? Le agenzie di rating non hanno fatto altro che declassare il nostro debito. Nella peggiore delle ipotesi la Bce non acquisterebbe dall’Italia nulla, nella migliore acquisterebbe poca roba.
  4. Per disciplina di bilancio. Secondo questa alternativa, i paesi che meglio riescono a rispettare le regole di bilancio “piazzerebbero” la quantità maggiore di titoli. L’Italia, che riesce a malapena a obbedire alla regola del 3%, risulterebbe svantaggiata.

Come si può ben notare, il terzo e il quarto metodo premiano chi già sta bene. Insomma, pioverebbe sul bagnato.