Privatizzazioni: il Governo vuole svendere l’Italia?

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Matteo Renzi ha bisogno di trovare risorse per realizzare le riforme che ha promesso agli italiani. Soldi: sporchi, maledetti e subito, verrebbe da dire. E la sensazione, a giudicare da alcune intenzioni del Governo, è proprio questa. Soprattutto se si va ad analizzare la questione delle privatizzazioni. L’esecutivo vuole vendere una parte rilevante delle partecipazioni statali. La legge della domanda e dell’offerta, combinata alle contingenze del momento – la necessità di denaro dell’Italia – rischia di costringere il Bel Paese alla stipula di pessimi affari. Detta in parole povere, è forte il rischio svendita.

Ciononostante, alcune offerte avanzate da colossi dell’economia globale, rivelano una rinnovata fiducia nei confronti dello Stivale. Da questo punto di vista fanno ben sperare i 2,1 miliardi messi sul piatto dalla Banca Centrale di Pechino per il 2% di Eni e di Enel.

A fare la parte del leone sono però gli Stati Uniti. Nello specifico, la fa BlackRock, il più importante fondo di investimenti – praticamente un vaso di Pandora in cui galleggiano anche le future pensione dei lavoratori americani – che ha appena annunciato l’acquisizione del’1,2% della Banca Popolare, che a sua volta contiene quote rilevanti di Unicredit, Intesa San Paolo e Montepaschi (rispettivamente il 5%, 6% e 8,5%).

Importanti sono anche gli investimenti nelle azioni italiane. I numeri sono notevoli anche in questo caso. Si parla di 90 miliardi in tasca solo degli americani, praticamente il 70% di quanto registrato nel 2012. Più di un quarto di questa cifra è stata acquistata da Quantum Strategica Planners, fondo di George Soros. Da rilevare anche le risorse impiegate dal fondo Blackstone, che ha acquisito il 20% di Versace.

Gli investimenti in azioni, quelli della Banca Centrale di Pechino, la cui importanza è didascalica, e di BlackRock (che da sola muove più di 4.000 miliardi di dollari) rappresentano, per gli ottimisti, un chiaro segno dei tempi. Tempi che coincidono con il cambio di rotta tanto annunciato nei mesi passati. A dirlo è stato anche il presidente di Bankitalia, Ignazio Visco, uomo che certo non si lascia andare a facili entusiasmi. Un altro dato in grado di sostenere la tesi della “fiducia” riguarda il debito pubblico: nel 2011 e nel 2012 è stata registrata una fuga di capitali – causata dalla crisi finanziaria che attanagliò i PIIGS – ma oggi quei capitali stanno ritornando. La quota di debito italiani nelle mani degli investitori esteri è salita a 693 miliardi, quasi un terzo del totale.

Il Governo è deciso a spingere sull’acceleratore e a sfruttare questo periodo – almeno apparentemente – favorevole. Le prime stime parlano di 15 miliardi ricavabili dalla privatizzazione delle aziende a forte partecipazione statale. Si parla di Fincantieri, Enac, Cdp Reti, Sace, Grandi Stazioni, StMicroelectronics e soprattutto Poste Italiane, dalle quali si potrebbero ricavare tra i 4 e i 5 miliardi.

Ovviamente, c’è chi storce il naso. Non è vista in particolare di buon occhio “l’uscita dello Stato” da importanti realtà dell’Italia. Si tratta di una presa di coscienza che non caratterizza solo i nostalgici della sinistra-sinistra ma anche soggetti afferenti ad aree politiche contigue o addirittura diverse.