I prezzi stanno davvero scendendo?

L’argomento più gettonato in questo periodo, almeno dal punto di vista economico, è la deflazione. Uno spauracchio, una catastrofe. Talmente pericolosa da spingere la Bce a snaturarsi e approvare il Quantitative Easing, politica monetaria che solo sei mesi fa rappresentava una utopia. La deflazione, è ormai risaputo, consiste nella contrazione dei prezzi. A riguardo occorre però sfatare due miti: quello della presunta “bontà” della deflazione, e quello della deflazione reale.

La deflazione è buona o cattiva?

Se chiedete a un passante cosa pensa della riduzione dei prezzi vi risponderà in modo senz’altro positivo. A chi non fa piacere risparmiare sugli acquisti? La deflazione è però “cattiva” per almeno due motivi. In primo luogo è un sintomo. I prezzi scendono quando scende la domanda e quando ciò avviene è perché è in atto una recessione: si perdono posti di lavoro, la gente non compra, le imprese chiudono. In secondo luogo, la deflazione causa un circolo vizioso così grave da far fatica a vederne la fine. Basta ragionarsi un po’ su: se i prezzi scendono, le imprese per essere competitive devono ridurre i costi di produzione e quindi licenziare; ma se aumentano i licenzi, si contrae la domanda perché i consumatori non di che comprare. A questo punto i prezzi scendono ulteriormente e il gioco ricomincia.

Il mito della deflazione buona, in verità, va sfatato solo parzialmente. Esistono infatti due casi in cui la deflazione è buona sul serio, non perché il contribuente crede di risparmiare acquistando i prodotti a un prezzo inferiore. E’ il caso in cui la discesa dei prezzi non è determinata da una recessione, ma da un balzo tecnologico tale da ridurre pesantemente i costi di produzione. Nella fattispecie la domanda non si contrae e anzi aumentano gli investimenti perché l’unico modo che le imprese hanno per adeguarsi è produrre uno scatto nel senso dell’innovazione.

La deflazione è reale?

C’è anche questo dubbio. La deflazione potrebbe non essere reale, ossia potrebbe non significare un calo generale dei prezzi. E’ una questione tecnica, e i limiti dello strumento stanno emergendo tutti in questo periodo.

L’indice dei prezzi al consumo, come viene chiamato il valore che rivela la deflazione (o l’inflazione) non è nient’altro che una media delle variazioni – a loro volta frutto di una media – che hanno caratterizzato i prezzi dei alcuni prodotti. Proprio nel termine “alcuni” risiede la risposta alla domanda che fa da titolo a questo paragrafo.

Il problema è il paniere, ossia il campione di prodotto che viene coinvolto nello studio. Il paniere viene aggiornato, ma per quanto tempestivo possa essere l’aggiornamento questo non potrà mai riflettere al cento per cento le abitudini di consumo della popolazione. Alla luce di ciò, un indice negativo (che segnala deflazione) potrebbe non corrispondere a una percezione, da parte dei cittadini, circa una discesa del costo della vita perché semplicemente a scendere sono i prezzi dei prodotti che non comprano.

Il secondo problema è dato dall’eccessivo peso che alcuni prodotti hanno sul paniere. Un peso eccessivo non perché in realtà poco importanti ma perché la loro discesa è così repentina da falsare il risultato finale. Quello che ufficialmente è un calo generale dei prezzi è in verità un calo di un solo prodotto.

Un esempio è fornito dalla situazione odierna. Siamo in deflazione, ma solo perché il costo dell’energia – soprattutto del petrolio – si praticamente dimezzato. E lo ha fatto non per una questione economica locale, ma per questioni di politica internazionale.

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