Previdenza: verità nascoste

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Il sistema previdenziale deve essere un sistema che tenga conto delle dinamica economiche e per questo dovrà essere esso stesso “dinamico” altrimenti si rischia di trovarsi non al passo con i tempi.

Diverse cause hanno contribuito a mettere in difficoltà il sistema previdenziale ma senza volere approfondire l’analisi delle diverse cause, ne consideriamo solo due che ritengo siano le più importanti, una prima causa che ha provocato lo squilibrio del sistema è stata senza dubbio la esplosione della meccanizzazione ed informatizzazione dei processi produttivi. Ciò ha impoverito il numero di occupati e conseguentemente la quantità dei contributi.

Altra causa, non meno importante, è costituita dal lavoro nero. Questo porta alla evasione della capacità contributiva.

Alla evoluzione del sistema produttivo, che ha avvantaggiato le aziende, perché avendo utilizzato strumenti tecnologici sempre più raffinati, ne ha aumentato la produttività, per minori costi del personale, ma a questa produttività non ha corrisposto un altrettanto beneficio per la collettività (contratti di lavoro, o miglioramento dello stesso sistema previdenziale).

Ora l’obbiettivo che si vuole raggiungere con la elaborazione è quello di ottenere un sistema previdenziale che sia “auto rigenerante” all’interno del Paese.

Per questo si dovrà a mio avviso:
– tenere conto dei processi di meccanizzazione ed informatizzazione (sistema integrativo) dei contributi versati dai lavoratori;
– dell’età media raggiunta dal lavoratore;
– necessità di operare una pulizia all’interno del sistema previdenziale.

A proposito di quest’ultima esigenza, è necessario rilevare che nel sistema previdenziale entrano a far parte anche quelle pensioni che sono date a soggetti che non hanno versato alcun contributo. Sono quelle pensioni legate alle invalidità o quelle di vecchiaia da non lavoro (pensioni sociali).

Tali tipi di pensione devono far parte di un altro sistema che può essere denominato sistema sussistenziale.
Il sistema sussistenziale dovrebbe costituire quindi un sistema autonomo, da farlo spesare da tutta la comunità nazionale.

Il sistema previdenziale dovrà caratterizzarsi come sistema in base ai contributi versati e corretto dall’applicazione di tabelle che tengano conto dell’età media e del reddito percepito. Tale correttivo di sistema entrerà in funzione allorquando si verificheranno condizioni di esborso pensionistico di una certa consistenza. La percentuale che sarà detratta a partire dal raggiungimento dell’età media sarà subordinata alla fascia di reddito raggiunta.

Il sistema previdenziale sarà poi integrato da un prelievo (attraverso gli acquisti di prodotti informativi o legati a meccanismi di automazione e meccanizzazione della produzione) che verrà effettuato attraverso una percentuale di I.V.A. da considerarsi non detraibile. Tale prelievo potrà essere del 2% fino al 5%.

Il non recupero I.V.A. verrà considerato spesa detraibile dai ricavi conseguiti ai fini della determinazione del reddito.
Il prelievo attraverso le imposte indirette consente al sistema di seguire le vicissitudini della capienza pensionistica, perché, potrà essere diminuita od aumentata la percentuale da prelevare.

Con gli accorgimenti sopra esposti penso che il sistema sia messo in condizione di essere autosufficiente senza dover minare le aspettative dei lavoratori e dei giovani destinati a sostituire quelli che vanno in pensione. E’ un collegamento necessario perché rende costante l’alimentazione dei flussi finanziari. I giovani oggi sono spinti in avanti per la prima occupazione arrivando all’età di 30/35 anni.
Questi ultimi per raggiungere i 40 anni di contributi dovranno aspettare i 70/75 anni e ciò non è possibile perché sarebbero già passati a miglior vita.
Se invece devono aspettare l’età di 60/65 anni potranno vantare una contribuzione di soli 30 anni.
Tale contribuzione li porterebbe a percepire una pensione che allo stato attuale sarebbe molto vicina a quella che il sistema, che abbiamo definito di sussistenza, garantisce alle persone che non hanno mai lavorato e quindi non hanno mai versato alcun contributo.

Simile accostamento tra persona che ha versato contributi per 25/30 anni e persona che non ha contributi rappresenta una evidente disuguaglianza e qualora fosse messo in atto, se ne pagherebbero poi le conseguenze per via di quell’innesco di azioni che tendono a rendere basso il senso della morale nella vita comunitaria.

Ritardare l’erogazione della pensione, produce una alterazione degli acquisti nel mercato.

I soggetti in pensione, disponendo maggiore tempo libero, possono effettuare altre attività di lavoro autonomo e quindi continuare a produrre ricchezza (agricoltura, artigianato, altri servizi).
I soggetti in pensione potranno affiancarsi alle organizzazioni di volontariato ospedaliero, assistenziale, territoriale ecc. ecc.)
In questa veste potranno diventare dei fornitori per le loro esperienze, per giovani bisognosi di formazione professionale.
Potranno entrare a far parte di organizzazioni di servizio, dietro corrispettivo di partecipazione comunitarie e bonus da consumare nel territorio nazionale od estero.

Tutte queste attività se ben organizzate sono destinate ad alimentare i mercati con beneficio della economia e del suo sviluppo, anche perché il fattore motivazionale innescatosi produce entusiasmo del fare nuovo e non ripetitivo del fare vecchio.

La domanda dei beni di consumo subisce una riqualificazione sia come prodotti che come servizi.

In questo modo il mercato si avvia verso quelle evoluzioni destinate a soddisfare la domanda del futuro.
Senza contare che lo stato dell’essere in pensione è uno stadio importante dove si incominciano ad assaporare forme di libertà più compiute. Un orizzonte di attività, desideri, linee alternative che arricchiscono l’uomo proiettandolo verso itinerari più ricchi di conoscenze.
Quanto riferito appare come un intervento di “solidarietà sistemica” permette di ottenere un sistema pensionistico dinamico, con elementi variabili di approvvigionamento di risorse.

Di seguito abbiamo elaborato due posizioni di liquidazione della pensione; la prima si inserisce nel sistema attuale pensionistico mentre la seconda è un sistema che affida più libertà ed autonomia al soggetto che vuole andare in pensione.

Il primo esempio riflette il limite di 65 anni per potere andare in pensione da un soggetto che versa 400 euro al mese per 20 anni considerato che ha iniziato l’attività lavorativa a 35 anni (casi che saranno i più nei prossimi decenni).
Il soggetto dopo 30 anni di versamento, raggiunta la età di 65 percepirà 970 euro.
Si considera ai fini del conteggio la età media di sopravvivenza di anni 85.
Tale risultato è il monitoraggio al 3% del capitale versato con il sistema della capitalizzazione composta continua.
Il montante che potrà percepire in sostituzione della rata mensile è di 233.000 euro.
In seguito si espone il versamento di euro 650 e 850.

Nel secondo esempio il soggetto non dovrà rispettare il limite di 65 anni per andare in pensione, infatti potrà farlo all’età di 50.
L’età di 50 è quella in cui l’uomo decide di voltare pagina della propria vita intraprendendo una attività di lavoro autonomo, quindi indipendente e maggiormente responsabile delle proprie azioni.
Potrà, se le condizioni personali glielo consentono, indirizzarsi verso quelle attività di conoscenza del territorio nelle sue svariate manifestazioni o in quelle esperienze che aveva preventivato di poter svolgere.
Il soggetto versa sempre la stessa rata ma con la differenza che ha 20 anni invece di 35 percependo 665 euro dopo 30 anni di versamenti. Potendo ricevere in liquidazione, volendo, 233.000 euro.

In seguito il conteggio di 650 e 850 euro di versamento della rata mensile.

Adesso poniamo in questione il tipo di gestione portato avanti dagli enti pensionistici.

La gestione pensionistica si base sul fatto che le pensioni liquidate ai soggetti mensilmente, sono supportate dai versamenti dei contributi derivanti da quelli in attività di lavoro.
A mio avviso, trovo il procedimento anomalo e fuori dalle regole di amministrazione economica.
Per assurdo, con il suddetto procedimento, verrà il momento, che per effetto di una informatizzazione allargata a quasi tutte le attività di lavoro, di contributi da versare, ce ne saranno ben pochi e quindi non si potranno liquidare le relative pensioni.

Ritornando sulle buone regole di amministrazione economica i contributi versati dal soggetto in attività di lavoro devono essere accantonati dall’ente pensionistico ed investiti secondo oculate gestioni, in modo che il rendimento, in aggiunta al capitale costituito dai versamenti mensili, possa costruire quel montante liquidatorio o invece semplice mensilità pensionistica che il soggetto ha il diritto di ricevere.

Costituisce un contratto bilaterale in cui un soggetto affida ad un ente una somma di denaro con l’obbligo da parte di quest’ultimo di amministrarla saggiamente per poi, dopo un certo numero di anni restituirla al soggetto affidante.
Non vi sono altre soluzioni diverse da quest’ultima se non si vuole rompere il rapporto democratico tra i due soggetti interessati.

– Al 4% la stessa rata mensile produrrà una pensione mensile dopo 30 anni di versamenti di 771€, 1253€ e 1638€.

– Al 4% il capitale liquidatorio dopo 30 anni e rispettivamente di 277.619,76€, 451.132,11€, e 589.941,99€

– Al 4% la stessa rata mensile produrrà una pensione mensile dopo 50 anni di versamenti di 1272€, 2068€, 2704€

– Al 4% il capitale liquidatorio dopo 50 anni e rispettivamente di 793.742,55€, 1.241.081,65€ e 1.622.952,93€

Considerato che oggigiorno il sistema previdenziale è quello che assume, per l’esborso finanziario, che lo Stato deve sostenere, una importanza capitale tale che difficilmente potrà trovare in futuro regolamentazione sufficiente ad appagare gli assicurati i quali vanno incontro ad un allungamento della loro vita media (fatto positivo dal punto di vista di ogni cittadino) alimentando allora necessariamente soluzioni razionali tali da rendere lo stesso sistema vicino ai canoni di quella democrazia sostanziale che si spera possa trovare attecchimento quanto prima nella organizzazione sociale di uno Stato moderno.

Tale soluzione si spiegherebbe col fatto di voler considerare l’apporto professionale del cittadino agli interessi generali della collettività, in termini di remunerazione, solo per il periodo dell’attività in servizio presso la struttura pubblica o privata che sia e non invece dopo la cessazione di tale servizio per il quale non si troverebbe alcuna giustificazione la corresponsione di emolumenti superiori ad uno standard tabellare il cui massimo potrebbe essere 6/8 mila euro.

Con tale sistema il Paese pagherebbe quanto dovuto in termini di apporto agli interessi della società in base al principio della reciprocità tra prestazioni ed interessi, (esempio A100 = B100) dove A100 è il valore della prestazione svolta e B100 è il corrispettivo di mercato che si riceve per l’apporto della stessa prestazione.

Infatti con la soluzione di cui sopra si garantirebbe la reciprocità dei rapporti finché si è in servizio, mancando tale reciprocità dei rapporti nel caso di fuori servizio.

Tutto ciò in base a una concezione della democrazia che in altri punti di questo saggio ho denominato sistemica.