Pressione fiscale a livelli scandinavi: quale welfare in cambio?

La pressione fiscale che grava sulle spalle dei contribuenti italiani non accenna a diminuire, e per il terzo anno consecutivo si situa intorno al 43,6 per cento rispetto al Pil, ben 4,6 punti percentuali sopra la media dell’Unione Europea. Il rapporto Istat 2016 “Noi Italia” mette nero su bianco tutte le inefficienze e gli sprechi di un sistema-Paese che chiama i cittadini a tappare, a suon di tasse, tutti i buchi delle finanze pubbliche, lasciando però in cambio ben poco in termini di servizi e di welfare.
L’Istat ha tradotto in cifre ufficiali quello che i contribuenti italiani sentono gravare nelle proprie tasche: nonostante le variazioni delle politiche fiscali adottate negli ultimi anni il peso delle tasse rimane a livelli record, con gravi effetti sui bilanci delle famiglie e sulla competitività e performance dell’intero sistema economico.
L’analisi delle componenti della pressione fiscale rivela che nel periodo 2007-2010 essa, oscillante tra i 41,3 e i 41,8 punti percentuali, derivava soprattutto dalla tassazione diretta su famiglie ed imprese. Nel triennio successivo si è registrata una maggiore consistenza e un maggiore peso relativo delle imposte indirette, che hanno contribuito a determinare un aumento secco di due punti percentuali.

Pressione fiscale in Italia
La pressione fiscale in Italia

La pressione fiscale effettiva al 53%

La pressione fiscale, calcolata dall’Istat come rapporto tra il prelievo fiscale (imposte dirette, indirette e in conto capitale) e parafiscale (i contributi sociali) e il Pil, potrebbe essere in realtà ancora più allarmante. Se, come ha di recente calcolato la Corte dei conti, la pressione fiscale viene rapportata non al Pil ufficiale – che ricomprende anche una stima dei redditi evasi – ma al Pil effettivamente dichiarato all’Erario, la misurazione della “pressione fiscale effettiva” schizza in alto e raggiunge per lo stesso periodo la soglia del 53 per cento, ossia quasi 10 punti oltre quella apparente, rendendo il confronto con l’Europa ancora più penalizzante in particolare per la competitività delle imprese.

Per i contribuenti italiani tasse tra le più alte in Europa

I sistemi fiscali dei paesi dell’Ue presentano differenze molto ampie riguardo la ripartizione della fiscalità e il peso delle singole imposte, ma sono caratterizzati da un crescente grado di armonizzazione e da molte similitudini, a partire dall’universalità dell’imposta indiretta sul valore aggiunto. La pressione fiscale può quindi essere agevolmente comparata sulla base dei principi e delle definizioni stabiliti dal Sistema Europeo dei Conti (Sec 2010), con risultati amari per i contribuenti italiani: soltanto i cittadini di Danimarca (51,6%), Francia (46,2%), Belgio (44,9) e Finlandia (43,9) pagano più tasse, mentre in Svezia hanno una pressione fiscale pari alla nostra.

Pressione fiscale in Europa
La pressione fiscale in Europa

Tasse alle stelle, sanità nelle stalle

Se si tiene in considerazione che abbiamo la stessa pressione fiscale di Stati nei quali il sistema di welfare si occupa storicamente di quasi tutti i bisogni dei cittadini gli italiani, emerge una questione di fondo: come impiega lo Stato italiano la gran mole di denaro che i contribuenti versano nelle sue casse? In termini di tasse versate ai rispettivi erari, i cittadini italiani sono i più penalizzati, perché in cambio di una tassazione stratosferica ottengono ben poco sul fronte dei servizi.
I freddi dati dell’Istat aiutano a rendere ancora più evidente questo aspetto. Tra i tanti indicatori economici elaborati nel rapporto “Noi Italia” 2016, spicca il confronto con gli altri Stati europei per quanto riguarda la spesa sanitaria pubblica corrente, che tanto peso ha nel determinare il grave arretramento nella speranza di vita media degli italiani. Ebbene, se si sommano le operazioni erogate da strutture pubbliche a quelle delle istituzioni convenzionate si scopre che gli italiani, a parità di potere d’acquisto rispetto al livello dei prezzi di ciascun paese, hanno una spesa sanitaria pari quasi alla metà di quella svedese (2380 dollari per abitante contro 4125 dollari) e di gran lunga inferiore a quella degli stati europei più avanzati. Soltanto nell’Est Europeo e nella Penisola Iberica, in genere, si spende meno che in Italia per la sanità.

Spesa sanitaria pubblica corrente in Europa
La spesa sanitaria pubblica corrente in Europa

Chi porta soldi nei paradisi fiscali, chi vive nell’inferno fiscale

Le possibilità di ridurre la pressione fiscale sono flebili e difficili da coniugare con i severi obiettivi europei che l’Italia è tenuta a rispettare, per uscire dalla procedura di infrazione per disavanzo eccessivo. Ciò che si può fare è perseguire una maggiore equità distributiva, attraverso combinazioni di tributi che, a parità di gettito, permettano di preservare i necessari impulsi alla crescita e alla competitività: è difficile ridurre le tasse, possibile renderle più eque.Denaro sporco
Nello scenario internazionale, tuttavia, l’Italia continua ad essere penalizzata soprattutto dal grave intreccio tra i diversi fenomeni di evasione e corruzione, in primo piano nel determinare il livello non più sostenibile di pressione fiscale. Soltanto per quanto riguarda l’evasione di Iva e Irap, stimata in oltre 50 miliardi, finisce nel buco del “nero” circa un quinto delle entrate tributarie complessive. L’economia sommersa in Italia vale il 21,1% del Pil, e a livello europeo non temiamo confronti.
Molti facoltosi cittadini e grandi aziende, come testimonia la recente emersione dei Panama Papers, hanno la consuetudine di sottrarre i soldi alla tassazione dell’erario facendoli migrare verso i tanti paradisi fiscali, e lasciando il resto dei contribuenti a vivere in un vero e proprio “inferno fiscale”. Fonte: Rapporto Istat “Noi Italia” 2016