Prelievo Forzoso: Nomisma Teorizza una versione “Buona”

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Prelievo forzoso” è una di quelle espressioni in grado di gettare nel panico un paese intero. E’ il simbolo dello Stato che mette “le mani nelle tasche dei cittadini”, sinonimo di ruberia, di esproprio ingiustificato. Purtroppo, anche in Italia, non si tratta di una prospettiva poi così improbabile.

Gli italiani hanno avuto già a che fare. Era il 1992 quando l’allora Presidente del Consiglio Giuliano Amato tentò il tutto per tutto per salvare la lira, e fece coincidere “il tutto” con un prelievo forzoso ai conti correnti. Realizzato nel corso di una sola notte, alleggerì tutti i conti correnti dello 0,6%. Una percentuale molto piccola, ma pericolosa perché creava un drammatico precedente.

Di recente, abbiamo avuto un assaggio del piatto indigesto che potremmo essere costretti a ingerire. A marzo del 2013, i cittadini di Cipro che possedevano depositi oltre i 100.000 euro hanno subito un apocalittico prelievo del 37%. Il tutto per salvare il paese dal tracollo finanziario. Di certo, l’Fmi ci aveva preso gusto, visto che dopo quella operazione aveva preso a girare un’indiscrezione secondo cui si stava pensando a un prelievo di quel tipo anche nei paesi continentali soggetti alla crisi del debito sovrano, quindi anche in Italia. Per fortuna, alla luce anche dell’ondata di pareri negativi (per usare un eufemismo) che provenivano da tutti gli attori politici ed economici chiamati in causa, l’Fmi smentì quasi subito.

Oggi, un po’ in sordina, si ricomincia a parlare di prelievo forzoso. Lo si sta facendo con più serenità, sulla scorta di una sofferenza lato-debito che si è attenuata negli ultimi mesi (lo spread è ai livelli più bassi dal 2011). In prima fila nel dibattito c’è Nomisma, la società di consulenza bolognese che ha dato negli ultimi anni prova di lungimiranza e di equilibro e, perché no, di essere dalla parte dei cittadini. E allora perché parla di prelievo forzoso? Il motivo è il seguente: se realizzato in una certa maniera, potrebbe anche risultare una misura a favore dei cittadini e in grado di esprimere una certa tendenza alla giustizia sociale. Sembra strano ma non lo è, sebbene, in realtà, il prelievo pensato da Nomisma assomigli più che altro a una super patrimoniale una tantum.

Nomisma propone un prelievo mirato, facilitato – paradossalmente – dalla pessima situazione in cui versa l’Italia dal punto di vista dell’allocazione delle risorse. In estrema sintesi, dalla forbice tra ricchi e poveri che attanaglia il Bel Paese. Nomisma stessa ha calcolato che i depositi delle famiglie italiane si compongono di 2.400 miliardi di euro, una cifra che eccede – e di molto – quella del debito italiano. Il punto principale della questione è che il 47% della ricchezza è detenuto dal 10% della popolazione. Un dato sconfortante, ma che può fare al caso dell’operazione teorizzata dalla società bolognese. Questa propone un prelievo diretto solo a questo 10% più ricco e consisterebbe in un decimo dei depositi. In questo modo, si ricaverebbe la strabiliante cifra di 113 miliardi.

A quel punto, bisognerebbe decidere cosa fare. Una strada è quella di utilizzare i soldi per mettere qualche pezza al debito, che scenderà così dal 131% al 125%. Un’altra strada, sicuramente più allettante, è quella di investire i soldi per far ripartire l’economia e per tutelare le fasce deboli. Una sorta di Quantitative Easingpulito”.

Si tratterebbe, in entrambi i casi, di far pagare la crisi a coloro che, fino a questo momento, non l’hanno pagata o ne sono stati toccati solo marginalmente. Una sorta di riequilibro dei sacrifici che in Italia si richiede da troppo tempo ma che non si è mai realmente effettuato.