Prelievo conti correnti: ecco quanto ci costerà

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L’Associazione degli artigiani Cgia ha condotto una interessante stima che cerca di calcolare in maniera attendibile quale sia il peso, per ciascun correntista, determinato dal passaggio dal 20 al 26% della tassazione sulle rendite finanziarie, in grado di colpire anche gli interessi creditori che ammontano sul conto corrente.

Tassazione rendite finanziarie: cosa cambia per i correntisti

Ebbene, secondo quanto sostiene la Cgia di Mestre, su un conto corrente “medio” l’aggravio sarà di circa 1 euro all’anno. Il calcolo è stato effettuato ricordando che in Italia ci sono 38 milioni di conti correnti, con una consistenza complessiva di 453,2 miliardi di euro. Ne consegue che la giacenza media di un singolo conto corrente è pari a 12 mila euro e, considerando che il tasso di interesse attivo medio in questa fascia è pressochè inesistente (pari a 0,13 per cento, o 15,5 euro l’anno), ne deriva che il rincaro della tassazione passerà da 3,10 euro con un’imposta al 20 per cento, a 4,03 euro con un’imposta al 26 per cento.

Naturalmente, l’aggravio sarà via via più elevato man mano che si arriva a depositi di entità maggiore. Chi per esempio ha depositi su conto corrente tra i 10 mila euro e i 50 mila euro, dovrà sostenere un onere aggiuntivo di 2,3 euro l’anno, mentre chi possiede tra i 50 mila e i 250 mila euro dovrà sostenere un aggravio medio di 26,1 euro. Più pesante sarà infine la tassa oltre i 250 mila euro: coloro i quali hanno dei depositi sostenuti, dovranno pagare 169,2 euro l’anno.

Prelievo conti correnti: qualche paragone europeo

Ricordiamo che la nuova misura scatterà dal prossimo 1 luglio 2014 e che, per evitarla, vi sono ben poche speranze. L’incremento riguarda infatti tutti gli strumenti finanziari, con la sola eccezione dei titoli di Stato. Pertanto, per evitare di subire l’aggravio maggiorato derivante dalla nuova tassazione, si potrà prendere in opzione uno spostamento delle somme verso Bot e Btp, come indirettamente auspicato dallo stesso esecutivo. Sui titoli di Stato, infatti, l’aliquota rimane ridotta al 12,5%.

Infine, per quanto concerne un paragone con l’estero, nonostante l’aggravio l’Italia continua a non essere uno dei Paesi più “severi“. In Francia, ad esempio, si paga il 30% sui dividendi e sul capital gain (ovvero, il differenziale tra il prezzo di acquisto e di successiva cessione delle azioni), e il 18% sugli interessi. In Germania invece la tassazione è del 26,3%, mentre in Spagna è del 21%.