Politiche Monetarie non convenzionali: ecco cosa intende Mario Draghi

In questi anni uno dei termini ricorrenti delle dichiarazioni di Draghi è stato “politiche monetarie non convenzionali”. In breve, il presidente della Bce ha tirato in ballo questo concetto ogni qualvolta che le prospettive economiche del Continente peggioravano. Nonostante l’ambiguità delle sue parole, l’effetto, spesso e volentieri, si apprezzava fin dai primi minuti successivi alla dichiarazione. E’ evidente che gli investitori sappiano a cosa Draghi si riferisce quando parla di politiche monetarie non convenzionali.

Esistono quindi politiche convenzionali e politiche non convenzionali. Questi due approcci sono ben codificati, e sono stati applicati alla realtà più volte in passato. Rintracciare le differenze è quindi piuttosto facile.

Per politiche convenzionali si intende quell’insieme di misure che tendono alla moderazione. La sostanza di queste politiche è determinata dall’analisi della realtà, alla quale seguono risposte in qualche modo preconfezionate.

Ma, in concreto, come vengono realizzate le politiche monetarie convenzionali? Si tratta essenzialmente di definire i tassi di interesse. La banca centrale aumenta i tassi di un punto per ogni punto di differenza tra l’inflazione effettiva e quella previste. Analogamente, li diminuisce di un punto per ogni punto di differenza tra Pil effettivo e quello previsto.

E’ palese come, utilizzando questo metodo, siano ristretti i margini di manovra per i policymaker. Ciononostante, le politiche monetaria non convenzionali hanno attraversato indenni tutta la seconda parte del Novecento e sono state messe in discussione solo a partire dal 2007. Sono in molti a pensare che questo metodo funzioni bene in presenza di una crescita moderata: dà stabilità al sistema e lo mette al riparo dalle mancanze degli amministratori. Insomma, dal momento che si basa su modelli predeterminati, non lascia spazio all’errore.

Il discorso è radicalmente diverso quando si parla di politiche monetaria non convenzionali. Queste sono sì anti-cicliche come quelle convenzionali, ma non si basano su modelli ma semplicemente sul raggiungimento degli obiettivi. In estrema sintesi, se l’approccio convenzionale non funziona, i tassi di interesse aumentano o diminuiscono a prescindere dalla differenze tra le inflazioni e i Pil.

Le politiche non convenzionali sono salite alla ribalta durante la crisi economica, quando i policymaker hanno realizzato che l’approccio “normale” non avrebbe portato da nessuna parte. Dunque le dichiarazioni di Draghi, se consideriamo questa definizione, rivelano l’intenzione di abbassare i tassi di interesse “a oltranza”, ossia fino a quando la disinflazione non verrà sconfitta, che poi l’obiettivo di politica economica della Bce. E’ proprio quello che è accaduto: per la prima nella storia dell’Europa unita, i tassi di interesse sono scesi a un livello vicino allo zero nominale, per la precisione 0,05%. Cifra, questa, che dal punto di vista “reale” pone in essere un tasso negativo, essendo comunque l’inflazione positiva.

Ma c’è dell’altro. Con l’espressione “politiche monetarie non convenzionali” si indicano anche quelle misure che sono veramente non convenzionali, ossia ancora più forti dal punto di vista dell’impatto nel sistema reale. Il riferimento è al Quantitative Easing, ossia all’acquisto di titoli di debito da parte banca centrale. Volgarmente, la stampa di moneta.