Politiche economiche a confronto: La Destra

recessione

La politica, come tutte le cose del mondo, si evolve. Una divisione, però, è rimasta intatta attraverso i secoli: quella tra destra e sinistra. E’ difficile oggi capire cosa sia di destra e cosa sia di sinistra. In verità, dal punto di vista delle politiche economiche, siamo di fronte a due ideologie distinte e fortemente caratterizzate, sebbene non rispettate fedelmente come una volta.

Le politiche economiche della destra (che comprende le ideologie politiche del conservatorismo e del liberalismo) si basano sul concetto di liberismo. Esso corrisponde ad un preciso modo di intendere l’economia e di organizzazione delle forze economiche (mercato, produttori, consumatori). Il liberismo si è sviluppato cambiando spesso forma, ma quasi mai la sostanza. A partire da Adam Smith (XVIII secolo) fino ad arrivare ai giorni nostri, il liberismo si è evoluto, per fare un esempio, in neo-liberismo. Questo altri non è che la rielaborazione del liberismo a seguito delle crisi avvenute nel Novecento.

Cosa dice l’ideologia liberista? Il principio cardine è il mercato come mano invisibile in grado di portare il sistema economico allo stato di maggiore efficienza. In poche parole, secondo i liberisti, il mercato si auto-regola, ponendo le basi per l’equità, la mobilità sociale, una giusta allocazione della ricchezza. In quest’ottica, l’intervento dello Stato sull’economica,  o peggio della politica sull’economica, è da evitare. Per tutta una serie di motivi: perché interferisce sull’autoregolazione spontanea, perché fa lievitare la spesa e perché è inefficiente (i motivi sono tanti e non possono essere descritti qui).

Il liberismo e il neo-liberismo, sua emanazione recente, comportano dei pro e dei contro. Il pro è l’importanza data alle libertà economiche, come l’iniziativa privata, e la capacità di farsi strumento di bilancio. Un sistema economico liberista è – in linea teorica –  raramente caratterizzato dal deficit (che si verifica quando le entrate di uno Stato sono inferiori alle uscite). Il motivo è intuitivo: se lo Stato interviene poco sull’economia, lascia la gestione dei servizi ai privati, non investe “personalmente”, allora la spesa pubblica si mantiene a livelli più bassi. Un intervento statale ridotto al minimo, pure, permette una pressione fiscale bassa: lo Stato spende poco, quindi ha bisogno di poche entrare, quindi non alza le tasse. E’ questo uno dei cavalli di battaglia delle formazioni politiche che si rifanno al liberismo (vedi Tachter e Reagan per il passato e Berlusconi per il presente).

I contro del liberismo, però, sono tantissimi. Innanzitutto, è contestabile il principio di fondo. E’ sicuro che il mercato si regola da solo e che non abbia bisogno di regole? La crisi del ’29 e la crisi attuale dimostrano che i sistemi liberisti, prima o poi, cedono alle sirene della speculazione. Creare soldi a partire dai soldi stessi, per il semplice fatto che lo Stato non interviene come dovrebbe per regolare le transazioni, porta a degli squilibri che prima o poi si ripercuotono sull’economia reale. Un altro tema dolente sono i servizi. Un servizio è di per sé un qualcosa che si pone come gesto di solidarietà. I trasporti aiutano i cittadini a spostarsi, l’apparato sanitario a curarsi e via dicendo. Il liberismo, invece, pone in essere il primato del profitto sulla solidarietà. E’ intuitivo quando sia in contraddizione il concetto di profitto con quello di servizio.

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