Continua la politica monetaria accomodante, gesto anti-disperazione?

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Mentre L’Europa si crogiola con il ritorno del segno più, il presidente della Bce Mario Draghi mette in guardia dai rischi della “crescita incombente” e consiglia a tutti di tenere i piedi per terra. Le previsioni dell’ex numero uno di Bankitalia, infatti, tendono al realismo, con un macabro retrogusto pessimista. Sono parecchi i segnali che suggeriscono un Unione Europa impelagata in una crescita striminzita, incapace di riportare le economie degli stati membri alla situazione pre-crisi.

Durante l’ultima conferenza stampa, Mario Draghi ha parlato di austerity e di politiche di bilancio, riservando parole non certo lusinghiere. La sensazione è che il presidente tenga la barra a dritta più per obblighi (solo morali, sia chiaro) nei confronti della Germania che per convinzione personale. Il suo consiglio in merito è proseguire con le politiche di aggiustamento delle finanze, ma fare in modo che esse non intacchino la crescita incipiente. Un’indicazione, questa, che ricorda molto il piede in due scarpe, in concreto assai difficile da perseguire.

Le preoccupazioni di Draghi circa una crescita bassissima sono il frutto della politica monetaria espansiva che la Bce sta praticando in questo periodo. Una politica comunque dalle armi spuntate, visti i ristrettissimi margini di azione che i trattati comunitari riservano al massimo istituto bancario del continente. In buona sostanza, è confermato a tempo indeterminato il tasso di riferimento allo 0,5%, che nei fatti (alla luce di una inflazione non bassissima) si rivela un tasso reale negativo. Fino a qualche mese fa si è pensato che tale provvedimento fosse di natura provvisoria, dunque è lecito pensarla, oggi, a mesi di distanza dal suo annuncio, come la mossa delle disperazione di chi – come Draghi appunto – vorrebbe fare molto di più ma si trova con le mani legate.

Disperazione celata, certo, ma fino a un certo punto. Draghi ha ammesso che all’Euro Tower si è discusso persino di un ulteriore taglio dei tassi. Questi indizi rivelano, inoltre, che l’ossessione del presidente per il credit crunch è più forte che mai. A suo giudizio, come si è visto spesso nel corso dei suoi interventi, è la stretta al credito uno dei fattori che più invalidano le prospettive di crescita. Il problema del finanziamento si fa sentire ad ogni livello e in ogni settore e, nonostante il giro di boa che si profila all’orizzonte, potrebbe peggiorare. A tal proposito un segnale molto negativo giunge nientemeno che dalla Germania, luogo di ogni residuo ottimismo: i bund tedeschi, quelli considerati più stabili, così stabili da fungere da metro per gli omologhi europei, sono attualmente caratterizzati da un inaspettato rialzo degli interessi. Hanno già raggiunto il 2%.

Un altro pallino di Draghi è l’integrazione. Non politica, chiedere quella sarebbe troppo, ma economica. La differenza di approccio tra i vari paesi ha infatti contribuito ad allargare la forbice tra nord e sud d’Europa. Un primo passo in tal senso potrebbe essere compiuto con l’introduzione della supervisione unica, un antipasto di omologazione che fa ben sperare. Draghi ha avvertito i presenti che ci sono buone nuove in vista, il cui annuncio è previsto per i prossimi giorni.