Politica economica di Stalin: i piani quinquennali, tra alti e bassi

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Con l’avvento di Stalin a capo dell’apparato politico russo, le politiche economiche della nazione subiscono una virata ulteriore rispetto alla già di per sé rivoluzionaria Nuova politica economica (NEP) di Lenin, istituita nel periodo 1921 – 1929 al fine di riparare i danni economici subiti dal sistema in seguito alla Guerra civile russa. All’epoca, la “rivoluzione” economica fu guidata dalla reintroduzione del concetto di proprietà privata (pur fortemente limitata) e a una maggiore apertura nel settore agricolo e industriale.

Con Stalin, le politiche economiche che avevano caratterizzato gli anni ’20 subiscono un immediato arresto, lasciando spazio ai c.d. “piani quinquennali”, predisposti dal Gosplan (cioè dalla Commissione statale per la pianificazione), sulla base delle esigenze di volta in volta riscontrate nell’economia e nella società nazionale,  e concretizzati in programmi sempre più elaborati e complessi. Durante l’era di Stalin, in Russia furono sperimentati cinque differenti piani economici dagli incerti successi socio-economici.

Il primo, durato tra il 1928 e il 1932, fu concretizzato prevalentemente da una massiccia politica di orientamento industriale, con collettivizzazione delle terre e riconversione in fattorie cooperative e di proprietà dello Stato. Le cooperative erano obbligate a vendere una parte del proprio prodotto allo Stato, a un prezzo fissato da quest’ultimo, affinché fosse redistribuito in un mercato i cui proventi potessero alimentare le attività industriali.

Superato il primo piano, il governo Stalin varò il secondo programma dal 1933 al 1937. Proseguendo le ispirazioni industriali, questo piano fu rappresentato da una impennata nella produzione dell’acciaio, rendendo così l’Unione Sovietica uno dei massimi leader nel settore.

Le difficoltà già riscontrate nei primi due piani (la critica principale era che non tutti i settori avevano potuto godere degli stessi benefici, con livelli di produzione spesso deludenti) si protrassero poi nel terzo piano, dal 1938 al 1942), a fronte – tuttavia – di una crescita a doppia cifra nella produzione industriale. Il quarto piano vede invece la Russia impegnata a gestire una difficilissima politica economica in periodo di guerra: scopo del programma, come dichiarato da Stalin, sarebbe stato quello di contribuire ad una rapida ricostruzione del Paese, rendendolo entro 15 anni una delle principali potenze industriali globali.

Il lavoro da fare con il quarto piano era tuttavia immane: la guerra aveva distrutto quasi 100 mila fattorie, uccidendo 7 milioni di cavalli, 17 milioni di capi di bestiame, 20 milioni di maiali, 27 milioni di pecore, 35 mila fabbriche, 6 milioni di edifici, 40 mila ospedali, e tanto, troppo altro. Elementi pregiudizievoli che andarono ad aggravarsi con un anno particolarmente povero sul raccolto agricolo (il 1946), e con il mancato accordo sul finanziamento per la ricostruzione tra Stati Uniti e URSS (dato che, tra l’altro, fece scaturire le tensioni che condussero alla Guerra Fredda).

Solamente nel quinto piano economico, dal 1951 al 1955, la Russia riprese la propria interrotta strada di crescita industriale. Un piano che, tuttavia, Stalin non riuscì a completare: nel 1953 il leader della nazione morì in seguito a un colpo apoplettico.

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