Politica economica, Renzi è destinato a fallire?

All’indomani delle elezioni europee, l’Italia era parsa finalmente in grado di giocare un ruolo di primo piano. Un premier forte, assistito da centinaia di parlamentari – di marca socialista – contrari alle politiche portate avanti fino a questo momento. Le recenti uscite, tutte dal vago sapore trionfalistico, hanno poi fatto sperare per il meglio. Eppure, ora che siamo – quasi – alla resa dei conti, il castello di Renzi si sta rivelando essere un castello di carta, dunque destinato a crollare rovinosamente. Ecco perché.

Renzi, almeno a parole, è contro l’austerity. Tradotto in linee programmatiche, possiamo affermare che il presidente del Consiglio italiano stia puntando, molto semplicemente, a rendere le regole europee più flessibili. Più flessibile il vincolo di bilancio, più flessibile il fiscal compact. Nel primo caso significa aprire le porte a investimenti pubblici in grado di far ripartire l’economia; nel secondo caso vuol dire evitare all’Italia un salasso in termini di manovre correttive.

Almeno sul primo punto, la doccia fredda è arrivata dalla figura più autorevole in campo delle politiche economiche: Mario Draghi. Il presidente della Banca Centrale Europea ha dichiarato senza mezzi termini che le richieste di flessibilità non possono essere accolte per un semplice motivo: le regole contengono giù sufficienti margini di flessibilità. Non importa che questi “margini” siano risultati, alla fine dei giochi, troppo stretti e poco utilizzabili, il numero uno della Bce è convinto che i propositi di Renzi siano eccessivi e quindi difficilmente verranno presi in considerazione.

Anche da Jean Claude Juncker, futuro presidente della Commissione Europea (una sorta di primo ministro dell’Europa) ha fatto intendere che non cederà nemmeno di un passo rispetto alle richieste di Renzi. Non l’ha nominato direttamente, ma le sue parole sembrano proprio rivolte a tutti coloro i quali chiedono flessibilità, soprattutto in chiave “keynesiana”. Il politico popolare ha ribadito, molto semplicemente, di odiare deficit e debito, e che la crescita non si raggiunge attraverso i saldi negativi. Peccato, proprio quello che pretende Renzi per l’Italia.

Juncker ha anche dichiarato di voler applicare il Fiscal Compact e che questo trattato non sarà messo in discussione. Dalla sua, i paesi del nord e l’elite finanziaria, ma anche gli analisti che, in queste settimane, stanno diffondendo una interpretazione del Fiscal Compact molto particolare. In estrema sintesi, i calcoli fatti “a spenne” degli euro-detrattori (50 miliardi all’anno per l’Italia) sono falsi. Secondo loro, visto che il trattato impone di diminuire non il debito ma il rapporto debito/Pil, è sufficiente agire sul denominatore per evitare salassi fiscali agli italiani – ma anche ai greci, agli spagnoli, etc. Questo ragionamento ha una falla piuttosto grande: come è possibile agire sul denominatore, e quindi sulla crescita, se vengono promosse ancora una volta politiche economiche depressive? Senza investimenti pubblici, e con uno scenario che prevede la deflazione, la crescita economica rimane un auspicio e rischia di diventare un sogno impossibile.

Insomma, l’impostazione dell’Europa rischia di richiamare il classico gatto che si morde la coda. In tutto questo, le parole di Renzi, come quelle di qualsiasi premier, non bastano. Anche perché i fatti dicono che il nostro premier intende allearsi proprio con Juncker, e quindi con l’austerity.