La Politica Economica Nazista

marco-tedesco

L’opinione pubblica si interroga ancora oggi su come sia stato possibile che un intero popolo abbia potuto acconsentire a una dottrina tanto folle come quella nazista. Alcuni rintracciano motivazioni nel fattore culturale, altri in quello mediatico. Pochi sono quelli che, invece, prendono in considerazione il fattore economico.

In verità, il nazismo godette di ampio consenso in Germania perché riuscì a garantire una certa prosperità economica.

Non che i lavoratori se la passassero benissimo sotto Hitler: i ritmi erano massacranti, i sindacati inesistenti, le libertà soppresse, i salari bassi. Tutto ciò, però, va confrontato con la situazione della Germania pre-nazista, che era disastrosa. Quando l’NSDAP (Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori) prese il potere, l’inflazione galoppava in doppia cifra e la disoccupazione aveva già superato il 20%.

In effetti, il partito di Hitler riuscì, con tutti i limiti del caso, a realizzare una vera e propria impresa: in pochi anni assorbì completamente la disoccupazione e divenne egemone in Europa. Il merito di ciò va alla competenza degli economisti che fecero parte dei governi nazista ma anche ad alcune azioni profondamente scorrette: la soppressione delle libertà dei lavoratori, la frenetica politica di riarmo (che andava contro i trattati internazionali), il clearing nei confronti dei partner commerciali, e una pianificazione economica spiccatamente liberticida.

La politica di riarmo impegnò profondamente la spesa pubblica della Germania nazista. La corsa agli armamenti richiedette una quantità strabiliante di manodopera non specializzata, ma tale risorsa era l’unica in cui la Germania del tempo non difettava affatto. Tutti i tedeschi ebbero un lavoro, spesso mal retribuito, ma lo ebbero. I consumi aumentarono, avendo i lavoratori recuperato un minimo di potere d’acquisto, e l’economia migliorò velocemente.

Hitler però era cosciente che riarmarsi voleva dire inimicarsi mezzo mondo (soprattutto Gran Bretagna e Stati Uniti) quindi risposa all’embargo con una politica autarchica che mirava all’autosufficienza alimentare. Obiettivo, questo, in cui il Terzo Reich aveva alte probabilità di fallimento. I nazisti però riuscirono a trasformare un problema in una risorsa. Anche i paesi fascisti dell’europa sudorientale – tra cui l’Italia – furono costretti all’autarchia. Sicché nazisti e fascisti si aiutarono a vicenda, ma in un mondo che favorì – senza che il resto del mondo se ne accorgesse – soprattutto la Germania. Questa aveva un potere contrattuale più forte, derivato dall’eccellenza militare, sicché impose a tutti di comprare i prodotti finiti dell’industria tedesca – anche se non utili all’economie di arrivo – mentre in cambio importava le materie prime di cui aveva un disperato bisogno.

In questo modo l’economia della Germania poté equilibrarsi perché tutti i suoi prodotti venivano venduti e le materie prime acquisite senza sforzi.

Un altro motivo del successo della politica economica nazista fu l’attenzione alla pianificazione. Si è accennato alla soppressione delle libertà personali, ma a essere soppresse furono anche le libertà economiche. Il nazismo fece l’interesse dei grandi gruppi e l’interesse di se stesso: inglobò le piccole imprese nelle grandi aziende. Da un lato, i capitalisti che avevano finanziato Hitler si arricchirono enormemente, dall’altro si giunse a un processo di semplificazione che rendeva l’economia tedesca – soprattutto dal lato della produzione – più facilmente controllabile.

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