Cos’è la Politica Economica Liberista

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Si definisce, oggi, liberista una politica economica di destra o di centrodestra, dunque conservatrice o liberal-conservatrice. Tutti questi termini, però, non sono sufficienti a spiegare la complessità di questa macro-categoria. A questo fine, anzi, è utile conoscere i due elementi – o scuole – che più di ogni altre hanno influenzato lo sviluppo della politica monetarie liberista.

Il liberalismo

Questa filosofia, che è assieme sociale, politica ed economica, è nata a partire dalle elaborazioni di Adam Smith (secolo XVIII) e, più avanti, di importanti filosofi politici come John Stuart Mill.

Il principio regolatore di tutto l’impianto concettuale è la libertà individuale. L’uomo gode di un diritto alla libertà che è legato alla sua persona e che è inalienabile. Da questa semplice affermazione derivano tutti gli altri concetti, che si riferiscono progressivamente a campi sempre più tecnici, fino a giungere a quello economico.

Molto brevemente, l’esigenza di garantire la libertà individuale, contrappone l’essere umano alla comunità e smorza la funzione che quest’ultima esercita – o dovrebbe esercitare – rispetto all’uomo. Insomma, l’azione della comunità non deve interferire nello sviluppo e nella vita dell’individuo, se ciò non è strettamente necessario.

Sul piano economico, questo concetto si trasforma in “lassez-faire”. Il mercato, che è l’insieme delle azioni liberamente concordate tra uomini, va “lasciato stare in quanto è capace di garantire – se non vincolato da elementi esterni – il benessere degli attori sociali, o almeno di garantirlo in modo meritocratico. Siamo giunti così al nucleo del pensiero liberista: il peso dello Stato deve essere minimo. Poche devono essere le tasse e “leggero” deve essere il welfare. I servizi necessari possono essere garantiti dai privati. Da qui, l’enfasi sulla riduzione della spesa pubblica (che è sempre intervento dello Stato) e sulle privatizzazioni.

Il monetarismo

Lo sviluppo del liberismo come politica economica ha subito una spinta dal monetarismo, dottrina macro-economica elaborata da Milton Friedman. Questi fu un allievo di Keynes, ma se ne separò quasi subiti, mettendo in piedi una teoria che lo contraddiceva in pieno.

Il monetarismo ha sconfitto Keynes e il dominio prosegue – specie in Europa – ancora oggi. L’ascesa avvenne durante la crisi degni anni ’70, acuita dall’insufficienza dimostrata dagli strumenti keynesiani nell’abbassare l’inflazione.

E’ proprio l’enfasi sull’inflazione che compone il nucleo del monetarismo e fornisce la base per buona parte delle misure afferenti alla politica economica liberista.

A differenza di quanto affermato da Keynes, l’inflazione è determinata dai parametri economici, studiabili e “manipolabili” e non dalle distorsioni nella domanda. In breve, i prezzi sono determinati dall’offerta di moneta, e l’offerta di moneta è determinabile dalle banche centrali, che possono restringere la massa di denaro in circolazione (per abbassare l’inflazione) o espandere la stessa (per aumentare l’inflazione).

Il ruolo della domanda ne esce così ridimensionato. Va da sé, dunque, che lo scopo della politica monetaria è duplice: gestire l’inflazione attorno a un obiettivo (in genere è il 2%) e diminuire il ruolo dello Stato – come il liberalismo insegna

Il risultato? Le banche centrali perdono gran parte del proprio potere. E’ quanto è accaduto in Europa. La Bce ha le mani legate.

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