Politica Economica Italia vs USA: siamo tutti di destra

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Il dibattito economico in Italia ha assunto, gradualmente e senza che l’opinione pubblica se ne accorgesse, una forma e una sostanza strani, a metà strada tra la vocazione al suicidio e la miopia.

Quando si parla di economia, almeno dalle nostre parti, si parla di Europa, perché è all’Ue che buona parte degli stati membri hanno ceduto la propria sovranità economica. Un’influenza, quella comunitaria, che è talmente forte da incidere sulle valutazioni dei politici italiani, che appaiono incomprensibili se fruite agli occhi degli americani e degli asiatici.

Da un rapido confronto tra la caratura del dibattito in Europa e quella del dibattito in Usa-Giappone emerge che, inaspettatamente, la maggior parte dei partiti italiani si colloca su un asse conservatore. Se ne deduce che l’Obama-pensiero, traslato nel dibattito pubblico del Bel Paese, si porrebbe su posizioni incredibilmente simili a quelle assunte da Rifondazione Comunista. Persino le opinione di un “moderato” come Letta suonano, all’orecchio del pubblico americano, come conservatrici, in linea con la destra del Partito Repubblicano.

La discriminante è la politica economica. Negli Stati Uniti il dibattito tra repubblicani e democratici verte sull’utilità del Quantitative Easing, ossia dell’immissione di denaro “gratis” nell’economia reale da parte della Federal Reserve. I primi vorrebbero che cessasse del tutto e con effetto immediato, i secondi – Obama in testa – chiedono che continui. In Italia, di Quantitative Easing non si parla nemmeno. E’ giudicato da tutti i partiti come un provvedimento aberrante, dannoso per l’economia. Pd, Forza Italia, Scelta Civica e Ncd si allineano così alle politiche dell’Unione Europea, pesantemente influenzata dalla Germania e dalla Merkel, contraria persino a palliativi “espansivi” come gli eurobond.

Il problema principale, che trasforma i partiti italiani in un accozzaglia destrorsa e ultra-liberista, è quello della sudditanza verso l’Unione Europea. Semplicemente, i principi comunitari non si mettono in discussione, come se rispecchiassero un insieme di norme immutabili e “senza tempo”. Peccato, però, che un tempo ce l’abbiamo, e anche una precisa connotazione politica (ripetiamo: destra). Il tempo è rappresentato dai primi anni ‘90, epoca che videro la nascita di importanti trattati europei, segnato dalla recente vittoria del capitalismo sul comunismo e da una fiducia circa una crescita economica costante e presumibilmente eterna. La connotazione politica è anch’essa frutta di quel contesto storico che, per l’appunto, vedeva la sconfitta dei sovietici e la crisi delle ideologie della sinistra.

Le regole scritte in quel contesto non sono più adatte a rispondere ai problemi odierni. In primo luogo perché l’ideale di crescita è stato smentito dalla crisi economica più grave degli ultimi 80 anni; secondariamente, perché le politiche liberiste, cui facevano riferimento i redattori dei trattati europei, hanno dimostrato di aver fallito.

Da qui alle distorsioni politico-economiche di cui sopra, il passo è stato breve. L’Europa è nata di destra e liberista, l’Europa è considerato come un mito inattaccabile per destra e sinistra, i partiti di sinistra si comportano come se fossero di destra. E’ un sillogismo chiaro e, purtroppo assai sconfortante.

Come è sconfortante che idee in altri paesi (negli Usa) sono considerate normali e per nulla sovversive, come l’opportunità di adottare politiche monetarie estremamente espansive in tempi di crisi, debbano essere affidate in Italia a partiti extra-parlamentari o a economisti borderline come Paolo Barnard.