Politica Economica Fascista

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Il Fascismo è stato un movimento ambiguo. Oggi l’opinione pubblica e una parte degli storici assegna alla creatura di Mussolini una forma e una sostanza chiari, inequivocabili. Si è trattato, però, di un fenomeno ben più complesso di quanto la vulgata riveli.

Nella pratica, il Fascismo conobbe momenti di vicinanza (ideologica, non metodologica) alla sinistra e altri momenti di vicinanza alla destra, categoria in cui poi finì per trovarsi ingabbiato.

L’ambiguità del Fascismo origina dal concetto di prassi. Più banalmente, il movimento di Mussolini fu fin dall’inizio una forza pragmatica, che sì muoveva a partire da un humus valoriale, ma che non ebbe scrupoli ad adottare qualsiasi azione che potesse ritenersi utile.

Questa ambiguità si è riflettuta anche nella politica economica. Il Fascismo fu, a fasi alterne, ora capitalista ora statalista. Le due componenti si mescolarono generando qualche confusione e solo sporadicamente qualche buon risultato. Ad ogni modo, si possono distinguere, dal punto di vista economico, due momenti.

Il primo momento va dalla presa del potere fino al 1929. Il secondo va dal 1933 fino alla sua caduta.

Periodo 1922 – 1929

Il Fascismo per salire al potere contò sull’appoggio dei capitalisti. Il prezzo fu l’immediato abbandono delle istanze di sinistra, anche dal punto di vista economico. Mussolini adottò dunque politiche economiche (è strano dirlo) liberali e liberiste, all’insegna del lassez-fair. Il tutto sotto l’egida del Ministro della Finanze Alberto De Stefani – che era appunto un liberale. Il governo Fascista promosse la libera concorrenza, ridusse le tasse, tagliò la spesa pubblica, tenne a bada l’inflazione. Non si occupò delle fasce più deboli della popolazione ma, c’è da dire, mise a posto le casse dello Stato. Nel 1925 fu raggiunto il pareggio di bilancio.

Qualcosa, poi, nel rapporto tra Stefani e il PNF si deteriorò. In pochi anni il ministro perse il favore di Mussolini. La causa va rintracciata nelle pressioni che lo stesso Duce ricevette affinché si abbandonassero le politiche del ministro in carica. Da una parte, le frange più radicali del partito vedevano in De Stefani il rischio di una deriva liberal – democratica; dall’altro, alcuni grandi gruppi industriali italiani non vedevano di buon occhio una politica aperta alla concorrenza – logicamente ne preferivano una oligopolistica.

De Stefani fu deposto nel 1927 ma per qualche anno il governo fascista continuò con il lassez-faire, sebbene si registrino, relativamente a quell’epoca, eventi di segno opposto. Spicca, fra tutti, l’istituzione del Ministero delle Corporazioni, che si promise fin dall’inizio di regolare – molto statalisticamente – i rapporti tra lavoratori e datori di lavoro.

Il cambiamento esplose però a partire dal 1929, anno in cui iniziò la Grande Depressione.

Periodo 1929 – 1945

La Grande Depressione incise sulle performance economiche dell’Italia, ma non come fece con gli altri paesi europei. Questo grazie a un sistema bancario generalmente più solido della media. L’occupazione, però, triplicò nel giro di quattro anni. Fu in questo momento, quindi, che il Fascismo mutò rapidamente la sua politica economica. In breve, passò dall’utilizzo della lezione liberista e classica a quella, radicalmente diversa, dello statalismo, con più di qualche coloritura keynesiana.

Mussolini promosse la nazionalizzazione delle grandi holding e costruì grandissimi enti pubblici che dovevano rappresentare lo Stato in alcune importanti operazioni economiche. Nel 1933 fu creata l’IRI, l’unico grande istituto che sopravvisse al Ventennio, che raccolse le partecipazioni statale su banche e aziende prima private. Lo Stato divenne così proprietario del Banco di Roma, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia e, in generale del 20% dell’intero capitale azionario dell’Italia. Lo Stato divenne così responsabile del 75% della produzione nazionale di ghisa e del 90% dei prodotti di cantieristica navale.

Un altro punto di svolta, sempre nell’ottica dello statalismo, emerse dal 1935 in poi, quando l’Italia dovette fronteggiare un diffuso imbarco nei suoi confronti (agli anglosassoni non piacquero le conquiste in Africa Orientale). Sicché Mussolini promosse una politica di autarchia che, senza nemmeno rendere l’Italia autosufficiente, non riuscì a placare una spirale deflattiva che devastò l’economia italiana.

L’ultimo periodo, quello della Repubblica Sociale, fu caratterizzato dalla diffusione di idee marcatamente socialiste (socializzazione delle imprese) che però, a causa dell’invadenza nazista, non furono mai messe in atto.

Foto originale by seier+seier

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