Pmi, ecco perchè quelle che restano sono “sorprendenti”

La crisi sembra non aver risparmiato nessun settore. Ogni giorno si legge della moria di imprese – piccole, medie e grandi – e dei parametri in peggioramento. Qualcuno però è sopravvissuto, e tra questi ci sono realtà che stanno davvero bene.

A dirlo è l’Osservatorio Nazionale della Competitività delle Imprese, gestito dal Dipartimento Sda dell’Università Bocconi. La conclusione desta stupore. Le imprese che sono riuscite a sopravvivere a sei anni di crisi, hanno fatto registrare una crescita media del 26%. Questo numero esprime gli utili e non i semplici fatturati, dunque assume un valore ancora più significativo.

Tra il 2007 e il 2012 sono “morte” 8.841 piccole e medie imprese, equivalenti al 15,9% del totale. All’interno della quota di queste “fortunate sopravvissute”, c’è un 2,5% (rispetto al totale) che rasenta l’eccellenza. Queste 1.165 imprese hanno fatto registrate una crescita annuale media del 12,4%. Queste sono localizzate principalmente nel nord del paese, e in particolare Piemonte, Liguria, Veneto ed Emilia-Romagna (manca quindi all’appello la Lombardia).

Anche il dato sul Roi è importante: si parla di un +7,6% rispetto al resto della “popolazione di Pmi”. In generale, è emerso che sono le imprese più piccole – quindi più veloci a rispondere alle sollecitazioni del mercato – ad aver fatto registrare una redditività maggiore.

L’Osservatorio ha anche analizzato la gamma di problemi che ha compromesso le attività delle Pmi nel periodo della crisi. Queste riguardano soprattutto lo spinoso capitolo dei debiti bancari. In particolare sono stati rilevati i seguenti fenomeni.

  • Le imprese con una capacità di restituzione dei debito ottimale sono passate dal 26,7% del 2007 al 21,3% del 2013.
  • Le imprese in sofferenza finanziaria evidente sono salite al 26,3%. Sette anni fa erano il 17,1%.
  • Il periodo di pay-back, ossia il lasso di tempo che le imprese impiegano a rimettere i propri debiti, è salito a un anno e mezzo.
  • Il rapporto debiti/patrimonio debito si è ridotto di mezzo punto (dal 2,9 è passato al 2,5) dal 2007 al 2008 ma poi è rimasto in questa posizione – comunque rischiosa.

Una mano per le pmi potrebbe arrivare inaspettatamente dalla Bce. A giugno Mario Draghi ha annunciato l’introduzione di un altro Ltro, che però rappresenta una versione “modificata” di quello realizzati nel biennio 2011-2012.

Il primo Ltro non ha dato i risultati sperati sul fronte della lotta al credit crunch. Semplicemente, dei 1000 miliardi offerti alle banche, quasi nessuno è andato a finire nell’economia reale. Questa volta, il prestito “draghiano” è vincolato alla concessione di finanziamenti alle imprese. Le pmi, almeno in linea teorica trarranno giovamento da questa importante misura.

Il presidente di Bankitalia Ignazio Visco, ha addirittura stimato un effetto così corposo da provocare un aumento della crescita del Pil dell’1% in aggiunte alle stime (non molto confortanti) disponibili attualmente. Moody Investors Service, invece, non pensa che l’Ltro rappresenti una misura sufficiente a salvare l’pmi dall’ulteriore disastro. In questo senso, ci si aspettava qualcosa di più corposo, come il Quantitative Easing, il programma di acquisto di titoli da parte della Bce, traducibile con il gergo “stampa moneta”.