PMI a rischio: colpa dell’accesso al credito, pressione fiscale e…

Per le PMI fare business in Italia è difficilissimo. Colpa di un accesso al credito a ostacoli, di una pressione fiscale elevatissima e di una burocrazia lenta e inefficiente. Tutti questi handicap pongono l’Italia agli ultimi posti della classifica Doing Business redatta dalla Banca Mondiale (in quasi tutte le voci occupiamo posizioni inferiori alla centesima).

L’accesso al credito è il problema forse più stringente. In Italia è difficile, se sei PMI, fruire di un prestito. Per tutta una serie di motivi: quello principale è l’elevata quantità di garanzia che gli istituti di credito impongono ai richiedenti. Il secondo motivo è il livello degli interessi, in Italia più alto che nel resto d’Europa. In media, una PMI paga il 6 % di interessi, contro il 4 % che, per esempio, è costretta a pagare una piccola-media impresa in Francia. Non a caso, sotto la voce “accesso al credito” l’Italia si pone al 140esimo posto su 185. A nulla è valsa l’erogazione agli istituti di credito, da parte della Banca Centrale Europa, di 500 miliardi l’anno scorso a tasso “iper-agevolato” (1%, praticamente sotto il livello di inflazione). Banche e affini continuano a tenere i rubinetti chiusi o quasi chiusi.
La pressione fiscale in Italia ha raggiunto un livello reale del 55%. Alcune tasse, in particolare, appaiono come un suicidio dal punto di vista economico, sebbene indispensabili sul fronte del bilancio. Una di queste è l’IRAP, che Paolo Galimberti, presidente dei giovani imprenditori, considera “una tassa sulla crescita” (di fatti chi assume perde sempre denaro). Pesa molto anche l’IMU che, parlando di piccole e medie imprese, appare come una tassa sui beni strumentali, visto che locali e immobili rappresentano una risorsa imprescindibile. Pesa, infine, anche l’aumento dell’IVA, la quale si ripercuote sì sull’ultimo anello della filiera – il consumatore – ma causa grane anche alle aziende.
La burocrazia, altro fattore di depressione, è lenta e macchinosa. Sono oltre 120 gli adempimenti burocratici, che una impresa, specie se PMI, deve rispettare. Tutti questi impegni, secondo Paolo Galimberti, rubano all’imprenditore qualcosa come 36 giornali lavorativi in un anno (il 76% in più rispetto alla media OCSE e il 46% in più rispetto alla media europea).

Qualche segnale positivo c’è. In primis, le iniziative nazionale varate proprio per le PMI, come la moratoria del debito (in sostanza una proroga alla remissione) e le agevolazioni fiscali per le startup. Ottimo risultato anche l’abbassamento dei tempi di apertura di una nuova impresa (23 giorni in media). Tuttavia, ed è evidente, non basta.

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