Chi è Pier Carlo Padoan il nuovo Ministro dell’Economia

pier-carlo-padoan

Matteo Renzi ha saltato il fosso e si è insediato a Palazzo Chigi. In una settimana è cambiato tutto oppure, come dicono i maligni, in verità non è cambiato niente. Fatto sta che, nonostante l’identità tra la vecchia maggioranza e la nuova, i ministri – non tutti – sono diversi e al posto più importante, l’economia, c’è ora Pier Carlo Padoan.

Ufficialmente, Pier Carlo Padoan è un tecnico. Già professore alla Sapienza, poi è diventato presidente del centro studi dell’Ocse, incarico che ha ricoperto fino all’altro giorno. I motivi per cui è stato scelto al MEF, però, sono molteplici e la maggior parte di questi hanno poco a che fare con “l’essere tecnico”.

In verità, Padoan è sì un tecnico, ma un tecnico “politico” poiché è mosso da una precisa visione delle cose. E’ dichiaratamente di centrosinistra, almeno a giudicare dalle sue idee in fatto di tassazione. Tra le sue ossessioni, infatti, non c’è il taglio alla spesa pubblica (che è un mantra della destra), bensì quello della tassazione. La stampa berlusconiana ha subito gridato al “tassatore”, preannunciando catastrofi per il contribuente italiano, ma la ricetta proposta – non da ora – da Padoan è semplice: spostare la tassazione. Non esplicitamente dai poveri ai ricchi, particolare che lo renderebbe affine alla sinistra vera e propria, bensì da dove non serve a dove serve. Potrebbe sembrare un concetto complicato ma non lo è affatto. Ecco cos’ha dichiarato in una vecchia intervista del 2010.

Le tasse che danneggiano di meno la crescita sono quelle sulla proprietà, come l’Imu, mentre le tasse che, se abbassate, favoriscono di più la ripresa e l’occupazione sono quelle sul lavoro”.

In questa prospettiva, è evidente il piano di Padoan. Tassare di più il patrimonio, detassare profondamente il lavoro. Non è detto che glielo lascino fare anzi, visto l’aut-aut di Alfano è più probabile che la patrimoniale, alla fine, non si faccia.

Un altro elemento che rende Padoan un tecnico di “centrosinistra” è, come annunciato appena sopra, la sua non-ossessione per i conti pubblici. Abbassare il debito, azzerare il deficit sembra proprio sia un’esigenza imprescindibile per quegli economisti che fanno esplicito riferimento all’etile dell’Unione Europea. Per il neo-ministro, invece, quello del debito non è un problema assoluto ma relativo. Il fattore di gravità non sta nel fatto che è “grande” ma nel fatto che “cresce” e che è inserito in un contesto di bassa crescita o recessione. Non a caso in un’intervista del 2010 rilasciata a Il Sole 24 Ore dichiarava che “i mercato si spaventano solo quando c’è una rapida progressione del debito”.

In questa fase Padoan potrebbe fare comodo. E’ infatti tendente al centrosinistra, dunque keynesiano (e anti-austerity per definizione) è altresì avvezzo alla politica: è stato consulente per Prodi e D’Amato, quindi sa cosa vuol dire la concertazione. E’, inoltre, molto stimato in Europa, elemento essenziale se si pretende di sbattere i proverbiali pugni sul tavolo.

Il problema è però ancora una volta lo stesso. Sulla carta nemmeno Fabrizio Saccomani “era male”, nonostante fosse espressione del potere bancario , ma è annegato nella palude che, quasi giornalmente, si creava attorno a lui. La maggioranza è infatti coesa solo a parole, diversi sono gli interessi, diverse sono le visioni. Non l’Europa, non la recessioni sono i problemi più brutti che Padoan dovrà affrontare, bensì il Parlamento italiano.