Il piano investimenti di Juncker è una “truffa”?

Alla fine, la montagna ha partorito un topolino. Un classico, quando si parla di Unione Europea. Tanto efficiente nel rimproverare quanto insufficiente nel fare il suo dovere. Una maestra severa con gli altri e mai con se stessa.

E’ questo l’unico commento che si può fare di fronte al piano di investimenti Juncker, la “manovra” da 300 miliardi che dovrebbe finanziare investimenti in tutta Europa allo scopo, ovviamente, di far ripartire le economie. Quello varato dalla commissione eletta (in verità nominata) solo qualche mese fa è un programma ridicolo, oltre il limite della “truffa”.

I soldi non ci sono. O, meglio, c’è solo il 9% di quanto promesso. Il resto è dato per scontato ma potrà essere racimolato solo se una serie di variabili si muoverà come previsto e nel tempo auspicato.

La sostanza è questa. Le risorse vere e proprie, immediatamente disponibili, corrispondono a una miseria: 21 miliardi. Tanto per capirci, una cifra inferiore al valore della Legge di Stabilità italiana.

Siamo di fronte a una truffa? Dal punto di vista legale, no. Dal punto di vista politico e morale sì. Moralmente, l’affermazione “sono pronti 300 miliardi” con il quale Juncker ha fatto venire l’acquolina in bocca ai governi nazionali è ipocrita, falsa. Politicamente, l’Unione Europa non dà ciò che ha promesso. Dopo una sfilza di ramanzina sul debito pubblico (e altre storie che hanno a che fare con la disciplina di bilancio) non rimette a noi i suoi debiti. L’Unione Europea, se è realmente una organismo finalizzato al bene collettivo e non una congrega di banchieri burattinai, deve sì richiamare al rispetto dei patti ma deve anche garantire prosperità ai paesi membri.

Dunque, ecco come stanno le cose.

Gli unici soldi disponibili sono 21 miliardi. Questi provengono dall’ELSI, il fondo europeo per gli investimenti strategici, a sua volta finanziato per 5 miliardi dalla Bei (Banca europea degli investimenti) e per 16 miliardi dalle eccedenza di bilancio della Commissione. Il resto verrà “ricavato” attraverso l’emissione di obbligazioni, sempre da parte della Bei.

Ricapitolando, si parte da 21 miliardi – messi in campo anche a mo’ di garanzia – che dovranno portare i privati a investire 279 miliardi. Questo significa che affinché il piano Juncker vada in porto è necessario che si realizzi un effetto leva del 15:1. Un po’ forzata, come cosa. Ma c’è dell’altro. La Commissione punta a coinvolgere i paesi stessi, ossia i Tesori nazionali, negli investimenti. A questo punto la domanda che sorge spontanea è: cosa serve il piano Juncker? Lo sfondo è quello di una fazione pro-austerity ancora fortissima. Persino arrogante di fronte alle manchevolezze dell’Unione Europea. Dunque, decisamente contro il Quantitative Easing, unica misura che – ad oggi – permetterebbe quell’iniezione di liquidità che in tutti i modi la classe dirigente dell’Europa sta cercando di favorire.

Le hanno provate tutte: azzeramento quasi totale dei tassi di riferimento, acquisto di covered bond, forward guidance. Non sarà ora di prendere – seppur con cinque anni di ritardo – l’esempio degli Stati Uniti e, finalmente, stampare moneta?

Questa volta non è l’Europa a chiederlo. Sono i cittadini.

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