Petrolio, le scintille con l’Iran spingono la quotazione ma cala la domanda

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La questione iraniana si fa più spinosa, ed il prezzo del petrolio continua a risentire di tutti gli avvicendamenti che riguardano i rapporti tra Washington e Teheran. Adesso si aggiunge alla questione anche il Regno Unito: giovedì le autorità inglesi hanno fermato una petroliera siriana di grandi dimensioni al largo dello stretto di Gibilterra. Si pensa che trasportasse petrolio iraniano, con l’intento di eludere le sanzioni economiche imposte contro l’industria petrolifera iraniana.

Se ora il conflitto –per il momento diplomatico- dovesse coinvolgere anche l’Europa, dalla quale ci si aspetta l’introduzione di nuove sanzioni contro il governo iraniano, la situazione diventerebbe davvero rovente. Eppure non sembrano esserci molte alternative, essendo l’UE interessata dalla questione anche solo per un fatto di vicinanza geografica.

Fino a qui tutto gioca a favore del rialzo dei prezzi del greggio. Nel frattempo, però, un report molto dettagliato di Goldman Sachs rivela altri piani per il medio termine. I piani produttivi attuali, infatti, provocherebbero un aumento di greggio sul mercato decisamente superiore all’aumento della domanda; si parla per lo meno del 2020, con la situazione che dovrebbe poi andare a stabilizzarsi nel corso del 2021.

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La questione iraniana

Sul breve termine la questione iraniana rimane il principale indicatore da osservare per comprendere l’andamento dei prezzi del petrolio. Rispetto alla chiusura della settimana scorsa il barile ha già guadagnato un dollaro pieno, passando da un range di 55-55,50 dollari ad uno di 56-56,50. Parliamo quasi del 2%, una percentuale assolutamente non da sottovalutare.

Il Ministro degli Esteri iraniano ha già giocato male le sue carte, chiedendo “privacy” per la petroliera fermata dalle autorità inglesi. Sembra piuttosto evidente che tra le righe ci sia un’ammissione di colpa, che se dovesse venire confermata dalle indagini tecniche potrebbe avere una sola conseguenza: l’imposizione di sanzioni per violazione dell’accordo sul nucleare. In un clima già teso per via dei rapporti con gli Stati Uniti, l’Iran sicuramente non vorrebbe trovarsi messa con le spalle al muro anche dal nuovo Parlamento Europeo, che avrebbe la sua prima occasione per entrare in azione in politica estera.

Per comprendere quale impatto tutto questo stia avendo sul prezzo del petrolio dobbiamo aggiungere qualche altra considerazione:

  • Un report molto positivo sui dati dell’impiego negli Stati Uniti ha abbattuto il prezzo dei metalli preziosi, ma non ha minimamente scalfito l’andamento del petrolio;
  • Ci sono prove chiare che le scorte attuali ed i piani per il futuro generino un surplus di offerta molto importante;
  • La crescita della domanda di petrolio non sarà, molto probabilmente, all’altezza delle aspettative per via di un mondo sempre più attento alla questione ecologica e di una Cina sempre meno interessata alle nuove auto a benzina.

Malgrado questi tre fattori, il peso della singola questione iraniana riesce a generare un impulso tale da essere in grado di provocare rialzi del 2% sul prezzo del barile nell’arco di un singolo weekend. Se la situazione dovesse scaldarsi ulteriormente potremmo raggiungere i 60$ al barile con una velocità sorprendente.

Non c’è solo l’Iran

Il fatto che sul breve termine sia la questione iraniana ad avere la meglio sul prezzo non significa che investitori e speculatori debbano disinteressarsi delle questioni di base del mercato. Stiamo vivendo un periodo di transizione importante, in cui l’economia sta facendo più sforzi che mai per abbandonare la sua dipendenza dai derivati del petrolio.

In alcuni casi, come in Europa, il sentimento politico tende ormai in modo macroscopico verso un ambiente meno inquinato. In altri casi, come in Cina, l’economia non cresce a quel ritmo desiderato che permetterebbe l’espansione prevista del mercato automobilistico. Ed una gran parte del mercato cinese ammicca comunque all’auto elettrica.

Mentre viviamo queste realtà, la produzione OPEC si riduce ma non così tanto da offuscare il surplus produttivo americano. Per il 2020, secondo Goldman Sachs, anche se l’OPEC dovesse mantenere il suo tetto di 1,2 milioni di barili quotidiani per altri nove mesi avremmo comunque una produzione americana aumentata al doppio dell’effettivo aumento della domanda. Una mossa, quella americana, che probabilmente si pone anche come rimedio per morigerare gli effetti rialzisti del conflitto diplomatico con il governo iraniano.

Prezzo del petrolio: la quotazione

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