Petrolio e metano: investimenti a rischio nel settore minerario

Scandali, malagestione, burocrazia. Aggiungiamo i comitati nimby e il prossimo referendum sulle trivelle. Tutti fattori destabilizzanti che allontanano gli investimenti dall’Italia. A risentirne principalmente il settore minerario del petrolio e del metano che negli ultimi mesi ha visto allontanarsi ben 10 miliardi di investimenti internazionali e nazionali.

Petrolio e Metano
La domanda di petrolio e metano è in continuo aumento ma la produzione nazionale è a rischio

Il crollo degli investimenti

Per la fine del 2015 alcune imprese petrolifere avevano pianificato nel nostro Paese investimenti per circa 16,2 miliardi. Ma poi hanno optato per un taglio di dieci miliardi, lasciando sul piatto solo sei miliardi di euro. Il colpo di grazia è arrivato a dicembre, quando la Legge di Stabilità, al fine di scansare il referendum sulle trivelle, ha reimmesso il divieto di ricercare ed impiegare i giacimenti nelle acque territoriali. Gli effetti non sono stati quelli voluti perché il voto, come sappiamo, ci sarà e le conseguenze finanziarie sono state pesantissime. Otto istanze di concessione per giacimenti in mare su nove sono infatti sparite in quanto questi sono collocati totalmente o almeno in parte entro le 12 miglia dalle coste. Parliamo per esempio della Rockhopper per il giacimento Ombrina di fronte alle coste abruzzesi e della Shell nel golfo di Taranto; aggiungiamo che la Petroceltic ha abbandonato il progetto di cercare giacimenti al largo del Gargano e delle isole Tremiti, in acque internazionali, spinta dal governo italiano per non scontentare il Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano.

Le ragioni dello sbandamento

In linea teorica, l’Italia sostiene di voler attrarre investimenti in campo energetico ma nella pratica le chiusure e gli intoppi sono all’ordine del giorno. Il governo non prende una posizione netta, i partiti si dividono sul valore e sull’opportunità di votare al referendum del prossimo 17 aprile, i sindaci e i burocrati si fanno condizionare dai comitati nimby (Not In My Back Yard, ovvero non nel mio cortile) e non firmano i provvedimenti necessari a far partire nuove realtà. E la magistratura fa il suo mestiere, indaga. Ultima in ordine di tempo, l’inchiesta della procura di Potenza che ha portato alle dimissioni del Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi scatenando un incendio che potrebbe coinvolgere anche il Ministro delle Riforme Costituzionali Maria Elena Boschi e lo stesso Presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Siamo il Paese che vorrebbe fare a meno del gas metano e del petrolio ma che ne abusa; il Paese che chiede a gran voce lo sviluppo delle energie rinnovabili ma che si lascia frenare dalle proteste dei “NO-tutto” che protestano contro quasi tutte le opere di interesse pubblico per gli eventuali effetti negativi sui territori in cui dovrebbero essere costruite; il Paese che non producendo energia pulita deve rivolgersi all’estero e fa quindi arricchire i possibili diretti concorrenti.

Inchieste della Magistratura e progetti in stallo

A seguito delle indagini tuttora in corso, in Basilicata sono stati bloccati temporaneamente gli impianti del centro oli Eni a Viggiano e il collocamento di 1,6 miliardi da parte della Total (congiuntamente a Shell e a Mitsui) a Tempa Rossa, la più importante area petrolifera europea. Il giacimento Tempa Rossa, chiamato il “Texas d’Italia”, potrebbe produrre giornalmente 230mila metri cubi di metano, 50mila barili di petrolio, 240 tonnellate di Gpl e 80 tonnellate di zolfo purissimo.
E non sono le uniche situazioni ferme. Per altre ragioni, sono in stallo anche la piattaforma Vega dell’Edison al largo di Ragusa, il programma ibleo dell’Eni, nel Canale di Sicilia di fronte a Gela, la piattaforma Bonaccia al largo di Ancona e la piattaforma Tea al largo di Ravenna.

La situazione attuale e le prospettive future

Secondo quanto emerge leggendo i dati del Ministero dello Sviluppo economico, lo scorso anno l’Italia ha adoperato 67,5 miliardi di metri cubi di gas, con un incremento del 9,1%. La richiesta di petrolio è invece aumentata del 3,6% portandosi a quota 59,7 milioni di tonnellate. Sempre nel 2015 l’estrazione dai giacimenti nazionali di metano è però diminuita del 5,3% (6,7 miliardi di metri cubi). Ovviamente se la produzione nazionale latita, occorre rivolgersi alle importazioni: la richiesta di metano all’estero è salita a 61,2 miliardi di metri cubi (+9,8%) ed in particolar modo ci si rivolge alla Russia (+14,4%) e alla Libia (+9,1%). Nel frattempo il traffico e gli incidenti petroliferi nel Mare Mediterraneo sono in costante aumento.

In Italia sono stati concessi 201 permessi per estrarre metano o petrolio dal sottosuolo. Si tratta in concreto di 894 pozzi (695 dei quali estraggono metano e 199 petrolio), collocati per lo più sulla terraferma (532) e nel mare Adriatico o nel canale di Sicilia (362 pozzi).

La speranza delle compagnie è di trovare nuovi importanti giacimenti nel mare a nord-ovest della Sardegna, nel canale di Sicilia verso la Tunisia, nel mare Ionio, così come successo al largo di Cipro, in Israele e in Egitto. Si parla di cifre davvero notevoli: secondo le stime della Strategia energetica nazionale potrebbero esserci riserve per più di 700 milioni di tonnellate fra petrolio e metano. Per avere un’idea dei valori in campo, diciamo che il Belpaese utilizza ogni anno fra i 50 e i 60 milioni di tonnellate di petrolio; quindi, in linea teorica, 700 milioni di tonnellate consentirebbero un’autonomia dalle importazioni lunga circa 12 anni.