Perchè la riforma fiscale di Trump potrebbe rivelarsi inutile

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La tanto attesa e sbandierata riforma fiscale “shock” da parte del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump è finalmente stata presentata. Il vituperato Tycoon (per ultimo anche per il fatto di aver decretato Gerusalemme come capitale di Israele) crede molto nell’abbattimento delle tasse in favore delle imprese, come motore dell’economia. Una teoria liberista e tipicamente capitalista, già profetizzata da Ronald Reagan negli anni ‘80. Il Presidente che, insieme a Gorbaciov, pose fine alla Guerra Fredda.

Sgravare i profitti, assicurano gli autori della riforma Usa e i fautori in generale dell’abbattimento delle tasse gravanti sulle imprese, favorisce gli investimenti, le assunzioni, la crescita dei salari. Un toccasana quindi, in un momento in cui la ripresa c’è ma si presenta fiacca e precaria, se confrontata con i recuperi dalle crisi dei decenni passati. Ciò vale ancora di più nel nostro Paese, dove chi governa si esalta per uno “zero virgola” in più. Tuttavia, la storia ci ha già insegnato che negli ultimi 30 anni abbassare le tasse alle imprese non garantisca di certo un rilancio degli investimenti. Vediamo meglio di cosa si tratta di seguito.

In cosa consiste riforma fiscale Trump

La riforma fiscale di Trump si prefigge l’obiettivo di favorire le multinazionali che potranno far rientrare i soldi tenuti all’estero. Stimati intorno ai 2mila miliardi e 400 milioni di dollari. L’aspetto principale della riforma fiscale di Trump è la riduzione della tassazione sugli utili delle imprese, con aliquota per le Spa calata drasticamente dal 35 al 21% medio. Le aziende che potrebbero far rientrare i propri capitali dall’estero sono colossi come Apple, Facebook, Microsoft, ecc. Multinazionali che potranno riportarli in Madre patria versando una tantum l’8% (o il 15,5% se si tratta di liquidi/contanti) rispetto al 35% medio imposto a livello federale (e in via di abbattimento). Se si considera che Apple è accreditata di circa 250 miliardi di dollari custoditi offshore, si capisce chiaramente quanto venti o più punti percentuali di imposizione in meno facciano la differenza per decine di miliardi.

Qualcosa che voleva già fare Obama. Il testo rivede poi molti altri aspetti fiscali per le imprese e per i contribuenti. Nel primo caso, i benefici sono strutturali, nella speranza che generino investimenti in tecnologia, macchinari, occupazione. Nel secondo, di tipo temporaneo e per sperare che aumentino il loro potere di acquisto e sollecitino i consumi. Il testo della riforma “shock” di Trump prevede anche che le società semplici restino tassate come le persone fisiche, ma con una detrazione del 20% del reddito che porta l’aliquota effettiva scendere al 26,5%, Ovvero un pò al di sotto della media europea (il 26,9%) e ben al di sotto della media pesata dei paesi Ocse.

Per le famiglie restano le sette aliquote fiscali ma a livelli più bassi fino al 2025 (quella marginale più alta scende dal 39,6 al 37%). Si eliminano molte detrazioni – soprattutto per le imposte statali e locali – a fronte del raddoppiamento di quella standard e del credito d’imposta sui figli a carico. Sarà poi soppresso l’obbligo di avere un’assicurazione sanitaria. Tra le ultime norme approvate c’è la possibilità di dedurre gli interessi sui finanziamenti ricevuti per pagarsi gli studi universitari.

Non mancano però gli scontenti, anche tra gli stessi senatori repubblicani che l’hanno osteggiato in quanto provengono dagli Stati che soffriranno maggiormente il peso del Fisco. Ritengono infatti che negli Stati in cui provengono, le alte imposte locali potranno essere portate in deduzione sul conto del Fisco federale con un tetto di soli 10mila dollari, mentre alcune categorie professionali si vedono ridurre i benefici fiscali ritagliati in maniera specifica e più agevole.

Critiche veementi anche da parte del Citizens for Tax Justice, gruppo che si batte per un fisco equo, in quanto ritiene che la riforma sia estremamente sbilanciata verso le famiglie più ricche e gli investitori esteri piuttosto che in favore di piccole e medie imprese o famiglie appartenenti al ceto medio. CTJ a novembre pubblicò un documento nel quale denuncia il fatto che il 5% più ricco della popolazione beneficerebbe da solo della metà dei benefici della riforma, mentre, di contro, da qui al 2027 il 60% più povero della popolazione dovrà invece affrontare un aumento netto della tassazione (con ben 19 Stati più colpiti da ciò). Quindi, concludono, i 1.500 miliardi del piano comporteranno una crescita del deficit o un necessario taglio a specie del Welfare come istruzione, sanità, ricerca e infrastrutture.

Secondo il Tax Policy Center, invece, più dell’80% delle famiglie americane avrà un taglio fiscale nel 2018 e il 5% vedrà salire il conto. Ma anche esso ritiene che le famiglie con i redditi più alti riceveranno i benefici maggiori. In pratica, entro il 2027 le tasse saranno poco diverse da ora per le fasce medie e basse della popolazione. Mentre caleranno di molto per i ricchi. Anzi, secondo il TPC, rispetto alla legge attuale, il 5% dei contribuenti pagherà più tasse nel 2018, ma si salirà al 9% nel 2025 e al 53% nel 2027.

Secondo uno studio di Banca Intesa, se le classi medie e basse hanno riduzioni di imposte transitorie, le classi alte hanno un trattamento più favorevole per l’imposta di successione e per il reddito delle società semplici, un ampio taglio (transitorio) dell’aliquota massima.

Per quanto concerne i mercati finanziari, si rischia il verificarsi di un “fiscal sugar high”, una “sbornia fiscale” che rischia di surriscaldare l’economia e causare postumi difficili da assorbire. L’espansione del deficit Usa pari a 1.500 miliardi di dollari ,dovrebbe portare a un supplemento di crescita da 0,3-0,4 punti percentuali di Pil nel prossimo biennio: il costo della riforma potrebbe scendere a mille miliardi considerando la risposta positiva dell’economia. Ecco perché la crescita media del prossimo anno potrebbe schizzare al 2,6-2,7% e poi mantenersi ancora ben sostenuta al 2,2-2,3% nel 2019.

A sostenere la crescita, secondo BofA, dovrebbero essere i consumi privati, dati dai tagli alle imposte sulle persone fisiche, e gli investimenti fissi delle aziende incentivate dagli sgravi sulle spese in conto capitale. Infine, la disoccupazione dovrebbe scendere tra il 3,7 e il 2,8 percento.

Taglio tasse imprese non porta più investimenti

Dall’inizio degli anni 2000, i soldi rimasti nelle casse delle aziende Usa, anche dopo aver pagato le tasse, sono raddoppiati: dal 5 al 10 per cento del Pil. Peccato però che la quota degli investimenti complessivi rispetto al totale dell’economia sia rimasta la stessa. Anzi, secondo l’Ocse – l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – il tasso di investimenti netti, vale a dire quelli in più, rispetto al semplice rimpiazzo dei macchinari già esistenti, fra il 2007 e il 2016 si è ridotto ad un terzo. In Gran Bretagna va ancora peggio: l’aliquota inglese per le tasse sulle imprese è stata calata dal 30 al 19 per cento proprio per sollecitare gli investimenti. Tuttavia, come ha rilevato il Financial Times, il tasso di investimento si è dimezzato. Insomma, le aziende preferiscono tenere per sé i soldi risparmiati sulle tasse e non propendono per investirli come chi governa vorrebbe,

Gli investimenti sono rimasti sotto i livelli pre-crisi, ovvero antecedenti il 2008 e le proiezioni al 2019 che fa l’Ocse indicano un modesto adeguamento. Insomma, le aziende occidentali investono poco, sebbene gli sviluppi della tecnologia deprezzino pure più rapidamente il capitale. Perfino la locomotiva europea, la Germania, ha dimezzato il tasso di investimenti netti. Non può ovviamente andare meglio per il nostro Paese: fra mancati investimenti in assoluto e mancati adeguamenti, il tasso di investimenti netti è perfino sotto zero. Il peggior risultato dei Paesi che rientrano nel G7 (già di per sé economie moribonde e solo una volta grandi, basti pensare che mancano Cina, India, Brasile e paesi arabi) e sempre secondo l’Ocse il tasso rimarrà sotto lo zero anche tra due anni, nel 2019.

E l’abbattimento delle tasse da solo non c’entra. Le imprese, anche in assenza di importanti riforme fiscali, hanno goduto negli anni post-crisi di liquidità abbondante grazie ai tassi di interesse stracciati. Non a caso, si sono indebitate alla grande. Non a caso, rispetto al 1995, il debito delle imprese Usa è più che triplicato, quello delle aziende europee (finanza esclusa) è più che raddoppiato. E a fronte di tutto ciò, lo stock di capitale produttivo nel medesimo lasso di tempo, è incrementato molto meno.

Scarsi investimenti: l’allarme dell’Ocse

L’Ocse lancia l’allarme proprio riguardo questo eccessivo gap fra debiti e investimenti preoccupa. Infatti, secondo l’organizzazione: “Alti livelli di debito compromettono la capacità delle aziende di ottenere nuovo credito per finanziare investimenti produttivi”. Inoltre, sempre secondo l’organizzazione, aziende eccessivamente indebitate tendono a perdere la propria dinamicità, sovente non riescono neppure da investire il minimo per restare competitive e finiscono per diventare quelle che definisce “imprese-zombie”. Secondo gli economisti dell’Ocse ciò è un eloquente specchio delle scelte finanziarie delle imprese delle economie avanzate.

In un rapporto del 2016, l’Organizzazione già diceva che le aziende occidentali, tanto europee quanto americane, potrebbero finanziare gli investimenti anche senza indebitarsi, ma alla fine non lo fanno. Esse spendono il 60% dei soldi disponibili per gli investimenti distribuendo dividendi e riacquistando azioni proprie. In pratica, gli azionisti preferiscono intascare gli utili anziché reinvestirli nell’azienda. E quindi, questa è la fine che potrebbero fare anche le quote risparmiate in tasse.

La ricetta tipicamente repubblicana si è già mostrata inefficace in passato. E la riforma fiscale di Trump sembra già essere stata bocciata.

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1 commento

  1. tutti i soldi tagliati delle tasse finiranno in speculazione in criptovalute, ergo commissioni ai brooker, ergo cocaina e puttane.

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