Perchè la Germania insiste con l’austerity

L’Europa è di nuovo in recessione, l’Italia se la passa molto male. La Francia è ferma. Il resto dell’Ue viaggia tra stagnazione e crescita minima. Si direbbe che la “cura da cavallo” decisa da Bruxelles e coadiuvata dalla Germania non abbia fatto il suo effetto, anzi: l’austerity ha depresso le speranze di crescita perché, molto semplicemente, ha contratto i consumi. Non ci vuole un genio per capirlo: la disciplina di bilancio impone tagli alla spesa (dunque ai servizi) e l’incremento delle tasse, e ciò alleggerisce inevitabilmente i portafogli dei cittadini.

La nuova Commissione Europea sembra voler agire nel segno della continuità con i predecessori. La domanda che sorge spontanea è: perché ancora si insiste con l’austerity? Dietro le quinte – ma alla fine nemmeno tanto – c’è sempre la Germania. Non a caso a sorvegliare i bilanci dei paesi membri sarà Kirki Katainen, fedelissimo della Merkel.

O siamo di fronte al masochismo più puro, o semplicemente – come la versione ufficiale ci informa – l’austerity è un male necessario i cui benefici sono solo posticipati nel tempo. Se si dà adito alle “malelingue” i motivi di questa insistenza sono ben diversi. Di seguito, tre interpretazioni non mainstream.

Alla Germania conviene che i paesi del sud Europa siano in crisi. Questo perché i principali competitor, soprattutto considerando il settore manifatturiero, sono Italia e Francia. Per i tedeschi è preferibile che questi paesi decrescano in modo da “non mettere i bastoni tra le ruote” alle imprese di Berlino ma non così tanto da impedire a italiani, francesi e spagnoli di acquistare i prodotti tedeschi. Da qui, il massacro a base di rigore e austerità che ha coinvolti i principali governi. Questa tesi è portata avanti da Stefano Consentino, inviato dalla Germania per Linkiesta.

L’austerity è funzionale al disegno europeista. Sembra un controsenso, ma qualche parola a riguardo se l’è fatta sfuggire persino Monti. Durante una sua conferenza, diventata famosissima in rete, l’ex presidente del Consiglio ha dichiarato che alcune crisi sono necessarie affinché il disegno dell’integrazione europea si realizzi completamente. Disegno che prevede “per definizione” (ha utilizzato proprio questa espressione) cessioni di parti della sovranità all’organismo comunitario. Da questo punto di vista, l’austerity fungerebbe da catalizzatore per questo processo. L’austerità produce la crisi, la crisi necessità di soluzioni, la soluzione imposta è l’ulteriore cessione della sovranità. Da questa prospettiva, la Germania è semplicemente uno dei tanti protagonisti di questo complotto.

La Germania è traumatizzata da Weimar. Questa è una delle interpretazioni maggiormente accettate. I tedeschi, soprattutto l’elite finanziaria, sarebbe ancora scossa da ciò che accadde nel primo dopoguerra, quando l’inflazione galoppò a ritmi strabilianti, impoverendo quasi tutti i cittadini. Quell’avvenimento avrebbe causato una sorta di “panico da inflazione” andando negli anni a caratterizzare l’approccio degli economisti e dei politici tedeschi. Da questa prospettivo, tutto ciò che genera inflazione terrorizza. Tutto ciò che la allontana, assicura. E non c’è dubbio: l’austerity non permette ai prezzi di salire, anzi. Ne è una dimostrazione l’entrata ufficiale dell’Europa nella spirale della deflazione.

Queste tre teorie sono suggestive, magari borderline, però non è escluso siano vere. Soprattutto, è probabile che siano tutte e tre vere, almeno parzialmente.

Responsabilità: Tutti gli autori, i collaboratori e i redattori degli articoli pubblicati su webeconomia.it esprimono opinioni personali. Tutte le assunzioni e le conclusioni fatte nei post ed ulteriori analisi di approfondimenti sugli strumenti finanziari (valute, azioni, criptovalute, materie prime, indici) sono soggettive e non devono essere considerate come incentivi e/o raccomandazioni all'investimento. Le analisi e le quotazioni degli strumenti finanziari sono mostrate al solo scopo di informare e non per incentivare le attività di trading o speculazione sui mercati finanziari. Lo staff di webeconomia.it e gli autori degli articoli non si ritengono dunque responsabili di eventuali perdite di denaro legate ad attività di investimento. Lo staff del sito e i suoi autori dichiarano di non possedere quote di società, azioni o strumenti di cui si parla all'interno degli articoli. Leggendo i contenuti del sito l'Utente accetta esplicitamente che gli articoli non costituiscono "raccomandazioni di investimento" e che i dati presentati possono essere non accurati e/o incompleti. Tutte le attività legate agli strumenti finanziari e ai mercati come il trading su azioni, forex, materie prime o criptovalute sono rischiose e possono comportare perdita di capitali.
Giuseppe Briganti, 1987. Nato a Reggio Calabria, blogger, laureato in Scienze della Comunicazione e Comunicazione Istituzionale e d’Impresa, sempre con il massimo dei voti. Appassionato di politica, economia, narrativa, ho cominciato a scrivere quando ho realizzato che pensare non mi bastava. Concepisco la scrittura come dialogo, battaglia tra idee e visioni del mondo. Consapevole che una verità unica ed eterna non esiste, mi piace persuadere il prossimo e, quando un’idea altrui mi conquista, farmi persuadere. Nella mia vita professionale ho scritto di qualsiasi argomento, ma trovo particolare piacere a scrivere di economia. Sono un attivista politico e ho collaborato durante la campagna elettorale con il candidato sindaco di Reggio Calabria per il centrosinistra.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here