Pensioni: flessibilità a caro prezzo, spunta l’ipotesi prestito bancario

Il capitolo pensioni è a una svolta. Non per forza positiva, anche perché gli ostacoli rimangono. Le risorse scarseggiano e comporre gli interessi contrapposti delle categoria è praticamente impossibile. Ecco, dunque, che spunta un’ipotesi sui generis, che rappresenta un inedito nella storia previdenziale (non solo italiana). Dal momento che il denaro manca, a mettercelo potrebbero essere le banche, le quali ovviamente non lo farebbero gratis. Le prestazioni previdenziali per i primi anni si trasformerebbero quindi in prestiti, con tutto i rischi del caso. Il meccanismo per ora non è molto chiaro ma è sufficiente per fare qualche riflessione.

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Anziani in pensione

Pensioni novità: la questione della coperta

Il problema da risolvere ha a che fare con la flessibilità, quindi con le pensioni anticipate. L’età pensionabile è troppo alta e in alcuni casi è anche profondamente ingiusta. Il riferimento è ai lavoratori precoci, che non possono andare in pensione nonostante abbiano alle spalle più di quarantadue anni di contribuzione.  Vanno considerati anche i lavori usuranti, per i quali raggiungere la soglia dei settant’anni significa esporsi a rischi per la salute (mentale e fisica).

Occorrerebbe, dunque, procedere con un abbassamento dell’età pensionabile la quale, tuttavia, richiede qualcosa come 7 miliardi di euro nella migliore delle ipotesi. Uno sforzo insostenibile per lo Stato italiano, marcato stretto dall’Unione Europea a causa di un rapporto deficit-Pil che rischia ogni anno di sforare la soglia massima. Dunque, il Governo è chiamato a dare fondo alla sua creatività. Come in questo caso: l‘ipotesi del prestito bancario rappresenta un unicum nel panorama previdenziale europeo, sebbene si presti a considerazioni non del tutto positive, anzi.

Il meccanismo è semplice. Il lavoratore può andare in pensione prima di raggiungere il requisito anagrafico, ma a pagare l’assegno non sarebbe l’Inps ma una banca, sotto forma di finanziamento. Una volta che il lavoratore sarà entrato ufficialmente in pensione, inizierà a rimborsare il prestito. Il Governo ha in mente di inserire alcuni elementi in grado di rendere sostenibile il rimborso. Si sta pensando a un periodo di ammortamento molto lungo, di circa venti anni, con tassi agevolati, resi tali dall’applicazione di una adeguata garanzia governativa. A mo’ di ipoteca, poi, verrebbe posto il Tfr, ossia il Trattamento di Fine Rapporto. Le banche sarebbe quindi in una botte di ferro. Tuttavia, proprio quest’ultimo particolare pone in essere riflessioni pessimistiche.

Pensioni anticipate: a rischio è il TFR

L’ipotesi è accattivante ma appare irta di ostacoli ancora prima di essere formalizzata. La questione ruota attorno al TFR. Dal momento che si tratta di un pensionamento anticipato da attivare su base volontaria, è legittimo pensare che molti lavoratori non accetteranno tale metodo proprio in virtù del ruolo giocato dal TFR. Gli italiani in passato hanno dimostrato di avere a cuore le sorti del proprio TFR, giudicato una priorità. Il riferimento è al “TFR in busta paga”, che si è rivelato un completo fallimento.

Un’altra caratteristica degli italiani rischia di compromettere l’impianto proposto dal Governo. Il cittadino medio preferisce non indebitarsi. La cultura del prestito, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti è (per fortuna) poco sviluppata. Insomma, l’idea di fare debiti per smettere di lavoro rischia di non piacere affatto.