Pensioni sono diritti acquisiti? Come sono cambiate nel tempo

Se è vero che i lavoratori le considerano un loro diritto acquisito, bisogna poi fare i conti con la realtà economica

A partire dalla Riforma Dini varata nel 1995, le pensioni sono diventate un tema caldo sul quale si sono scontrati i partiti politici. A partire da quell’anno, infatti, si è reso necessario un continuo ricalcolo e una costante modifica del sistema, perché ci si è resi conto che fosse insostenibile. Pertanto, sebbene siano ancora oggi considerati dei diritti acquisiti, è anche vero che rispetto al passato hanno subito una cesoia. Tanto che proprio in questi giorni si parla di pensione a 75 anni per gli attuali trentenni. Vediamo di seguito come sono cambiate le pensioni nel tempo e quanto pesano sull’economia.

Quando sono state introdotte le pensioni in Italia

Cassa Nazionale di Previdenza per l'invalidità e la vecchiaia degli operai
L’antenata dell’Inps

Il sistema italiano della previdenza sociale è nato nel 1898 con la costituzione della “Cassa Nazionale di Previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai”. Si trattava in realtà di un’assicurazione facoltativa e volontaria, finanziata prevalentemente dai contributi versati dai lavoratori, e, in maniera minore, dallo stato italiano e da datori di lavoro o altre persone. Gli iscritti ricevevano una rendita vitalizia al raggiungimento dei 60 o 65 anni, oppure nel caso fossero diventati inabili al lavoro. Fu resa obbligatoria per i dipendenti pubblici nel 1904 e per i ferrovieri nel 1910. Un passo molto importante si ebbe nel 1919, quando fu istituita la “Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali”, nominata anche con l’acronimo CNAS, al fine di assicurare pensioni di vecchiaia e di invalidità.

Con l’avvento del Regime fascista, a cui si attribuisce erroneamente la nascita in assoluto delle pensioni, nel 1924 fu costituito l’antenato del TFR (Trattamento di fine rapporto): un’indennità da concedere solamente al lavoratore licenziato. Nel 1933, la “Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali” fu sostituita con l’ “Istituto nazionale fascista per la previdenza sociale”, l’INPS appunto. Con esso, oltre alla parte dedicata alla vecchiaia e all’invalidità, sono presenti anche i sussidi in caso di disoccupazione, di “malattia professionale”, di tubercolosi e di maternità, seppur in una forma primordiale. Nel 1935 l’intera normativa pensionistica venne unificata in un unico decreto legislativo, che resterà un punto di riferimento fino ai giorni nostri. Pertanto, al Fascismo, invece dell’invenzione delle Pensioni, si deve in realtà la creazione di un sistema previdenziale più organizzato e tutelante più situazioni. Sebbene occorra anche aggiungere che siffatti sistemi erano già presenti in altri Paesi europei.

La vera novità introdotta dal Fascismo fu la pensione di reversibilità, nell’aprile 1939. Mediante la quale si cede la parte della pensione spettante ad uno dei due coniugi alla morte dell’altro. La quale divenne molto utile qualche anno dopo proprio per i molti morti che vi furono in guerra (e in questi mesi pure messa in discussione). Nello stesso anno, i limiti di età per andare in pensione vennero fissati a 60 anni per gli uomini e 55 per le donne. Nel 1942 l’indennità in caso di licenziamento, introdotta nel 1924, venne trasformata in indennità di anzianità da riconoscere al lavoratore in proporzione al salario e agli anni di servizio.

Le modifiche alle pensioni negli anni

pensioni
Anziani in pensione

Dopo la seconda guerra mondiale, i fondi stanziati in precedenza sono stati utilizzati, e oggi il sistema è completamente a ripartizione. Anzi, per far fronte al finanziamento di un numero crescente di pensioni sempre più generose, l’aliquota contributiva è aumentata nel corso degli anni, passando dal 14,4 per cento nel 1960 al 23,9 per cento del 1980 fino a quasi il 33 per cento oggi. Le pensioni oggi costituiscono il 15% circa del Pil, circa 250 miliardi di euro. E ciò spiega perché quando bisogna ritoccare la spesa pubblica, le pensioni sono sempre le prime a cui si pensa.

A partire dalla prima metà anni ’90, le pensioni sono diventate sempre meno dei diritti acquisiti. I contributi previdenziali versati ogni mese dai lavoratori (e dai loro datori di lavoro) transitano dall’Inps e sono immediatamente utilizzati per finanziare le pensioni in pagamento.

Ciò significa che se un’improvvisa rivoluzione fiscale interrompesse il flusso dei contributi previdenziali, dopo poche settimane l’Inps non sarebbe più in grado di pagare le pensioni. In parole povere, sono i lavoratori che pagano le pensioni erogate oggi e meno sono le persone occupate, più si rende difficile erogarle e garantirle. Aggiungendo a ciò il fatto che la popolazione italiana sta invecchiando irreversibilmente. Di qui l’importante contributo anche dei vituperati immigrati.

Il sistema contributivo

riforma pensioni
Il futuro delle pensioni è sempre più incerto

A partire dagli anni ’60, si è aumentata sempre più l’aliquota contributiva, fino a che non è diventa troppo elevata da sostenere, poiché il cuneo fiscale aumenta troppo. Con la riforma Dini del 1995, considerata come detto nell’incipit uno spartiacque, il calcolo delle pensioni non è stato più sganciato dal rendimento effettivo dei contributi versati dal lavoratore, essendo stato introdotto il sistema contributivo. Quest’ultimo consente di calcolare il beneficio che è lecito attendersi dopo aver corrisposto per anni i contributi previdenziali. Per chi ha vissuto gli anni del boom economico e demografico, questi rendimenti previdenziali leciti sono elevati. Tuttavia, in molti casi ai lavoratori è stato promesso, e poi anche dato, molto di più. Ecco che diventa evidente la disparità generazionale con cui sono state erogate le pensioni e il fatto che questo diritto acquisito non sia così scontato ma è rapportato alla realtà economica. Come diceva una vecchia canzone napoletana: ”chi ha avut ha avut, chi ha rato, ha rato…”.