Pensione Anticipata: Cosa Ci Aspetta Da Qui al 2019

Quando la Fornero presentò la sua riforma si mise a piangere per i sacrifici a cui avrebbe sottoposto i pensionati. Un dolore, il suo, nemmeno paragonabile a quello provato da chi quella riforma l’ha subita, alla rabbia degli esodati, allo sconforto di chi è consapevole che lavorerà fino alla soglia dei settant’anni.

Una scappatoia, almeno in teoria, c’è. E’ possibile usufruire della pensione anticipata, e quindi di abbandonare il mondo del lavoro a una età decente. Nella pratica, però, le cose stanno diversamente. Le condizioni non sono delle migliori e, anzi, peggioreranno.

Chi nel 2014 ha scelto di andare in pensione anticipatamente, aveva alle spalle almeno 42 anni e 6 mesi di contributi (se uomo) o 41 anni e 6 mesi (se donna). La cattiva notizia è che i requisiti andranno via via inasprendosi da qui al 2029, quando si sarà conclusa la fase di transizione verso il sistema previdenziale che la Fornero aveva in mente.

Già dall’anno prossimo, l’anzianità di contribuzione aumenterà di quattro mesi, tanto per le donne che per gli uomini. Poi assisteremo graduale, fino a raggiungere, nel 2029 a condizioni oggettivamente pessime: 44 anni e 4 mesi per gli uomini e 43 anni e 4 mesi per le donne.

La ragione dietro questo aumento progressivo è giustificato dall’aumento dell’aspettativa di vita. Anzi, va di pari passo e procede da un algoritmo specifico. Dunque, se le cose dal punto di vista legislativo, vivremo il paradosso di dover sperare in una riduzione dell’aspettativa di vita generale per poter andare in pensione a una età decente.
Per fortuna, il Governo sta pensando di mettere le mani sulle pensioni. A dirigere i lavori è Cesare Damiano, politico che viene dalle fila PCI, dunque concettualmente distante dalle posizioni della Fornero.

Il dibattito, anche all’interno delle Commissioni Parlamentari, si è spostato sulla necessità di offrire maggiori opportunità di andare in pensione anticipatamente. L’incognita è rappresentato dall’assegno. Quanto sarà basso rispetto a quello ottenuto dopo una contribuzione completa?

I problemi però non finiscono qui. Certo, ai più potrebbero apparire come quisquilie in confronto al problema (oggettivamente molto grande) dell’obbligo di lavorare fino alla soglia dei settanta anni, ma anche sul fronte della rivalutazione c’è molto da fare.

E’ di questa idea la Spi-Cgil, che nel corso di una recente conferenza ha dichiarato: “Occorre correggere i meccanismi attuali di rivalutazione per non penalizzare ulteriormente i pensionati italiani. Bisogna applicare a tutti il 100% di rivalutazione fino a 5 volte il trattamento minimo, pari a 2.500 euro lordi al mese, per poi scendere al 50% per gli importi eccedenti tale cifra”.

D’altronde era proprio sull’argomento della rivalutazione che la Fornero era crollata. Va detto, però, che il tema oggi è smorzato perché il costo della vita – considerando il paniere utilizzato per le pensioni – non sta aumentando di molto, e anzi rischia di ritorcersi contro i pensionati stessi. Le stime sull’inflazione per il 2014 si sono rivelate ottimistiche, dunque l’Inps ha dovuto decurtare qualche decina di euro dagli assegni di gennaio e febbraio 2015.