Patto di stabilità e flessibilità: c’è da fidarsi?

Ad ascoltare stampa e televisioni, sembra sia stato inaugurato un nuovo corso politico nell’Unione Europea. Mario Draghi realizza politiche monetarie espansive, Renzi e Hollande fanno quadrato sulla crescita e, addirittura, Angela Merkel apre alla “questione della flessibilità”. Ma andiamo con ordine. Nelle settimane scorse, i capo di governo italiano e francese hanno creato una sorta di asse allo scopo di “spingere” l’austera Germania a concedere margini di manovra nella costruzione delle politiche economiche. Rimane ancora da capire per quale motivo i Paesi del sud debbano chiedere il permesso ai tedeschi (e non all’Ue) ma tant’è: il senso della moral suasion renziana-hollandiana è la speranza di riuscire a improntare politiche per la crescita.

Il segnale che tutti si attendevano è arrivato. La Merkel ha dichiarato che sì, il Patto di Stabilità Ue (la madre di tutti i mali “da austerity”) potrà essere imposto con un po’ di flessibilità. Tutto è bene ciò che finisce bene dunque?

In verità, no. Anzi, si prevede la solita manfrina fatta di annunci e di piccoli risultati sbandierati a mo’ di imprese eroiche. L’apertura alla flessibilità è considerata dai giornali come una sorta di manna dal cielo o, peggio, come il grimaldello che aprirà le porte della crescita anche per l’Italia. Ma se guardiamo nel merito della questione, si scopre che la montagna ha partorito l’ennesimo – misero – topolino.

Quante cose potrà fare l’Italia dopo che il Patto di Stabilità verrà debitamente ammorbidito? Ben poco. Questo perché i vincoli rimangono al loro posto, particolare dichiarato a gran voce dalla Merkel (che saggiamente – dal suo punto di vista – ha messo le mani avanti). Ancora una volta, peserà come un macigno l’obbligo del deficit al 3% (rispetto al Pil). E pensare che mai come oggi il sistema economico ha bisogno tanto di liquidità quanto di investimenti pubblici!

A onor del vero, la “panacea della flessibilità” riguarda proprio il vincolo del deficit. Come accennato sopra, questo rimane, ma dal calcolo potrebbe essere escluso il capitolo degli investimenti produttivi. A determinate condizioni, alcune voci della spesa non verrebbero considerate all’interno del deficit. Una magra consolazione.

Lo stesso dicasi per la versione “locale” del Patto di Stabilità, quello che vieta alle amministrazioni di spendere più di una certa cifra anche se, in linea di massima, le coperture non mancano. Anche in questo caso, la flessibilità consiste in una semplice esclusione di “certi investimenti” dal calcolo generale. A pensar male si fa peccato ma ci si azzecca, diceva qualcuno. E qui i motivi per pensare male ci sono tutti. L’Europa vuol far credere ai cittadini che qualcosa sta cambiando e, a questo scopo, sta gonfiando a dismisura alcuni minuscoli passi in avanti. Ne è dimostrazione la pompa magna con cui sono state annunciate le riforme di Draghi. Qualche taglio dei tassi, un po’ di liquidità per le imprese ma nulla più: il Quantitative Easing rimane un sogno nel cassetto, come nel cassetto – ben chiuso a chiave – rimane un sogno che è poi una necessità: spesa pubblica in investimenti per far ripartire l’economia.