Partita Iva: conviene al lavoratore?

In questi anni abbiamo assistito al boom delle partite Iva. Nel 2012 ne sono state aperte 549.000, il 2% in più rispetto all’anno precedente. A colpire, però, è il dato riferito ai giovani sotto i 35 anni: +8,1%. Le cause di questo aumento sono molte.

Quella più negativa, ha a che fare ovviamente con la crisi. Le aziende, a corto di liquidità e di commesse, non possono permettersi lavoratori dipendenti, dunque “costringono” i ragazzi a lavorare con la partita Iva. L’altro motivo, senz’altro più confortante è che, in effetti, la partita Iva conviene anche al lavoratore e non solo al datore di lavoro.

Info su: Come aprire e quanto costa la partita iva

E’ di questo parere Luca De Stefani, esperto in forza a Il Sole 24 Ore, che nel corso di un’intervista rilasciata alla testata ForexInfo ha discusso abbondantemente dell’argomento.

In primo luogo, la partita Iva conviene al datore di lavoro. Questi non è costretto a pagare i contributi e quindi può assumere “fittiziamente” a costo zero. Inoltre, può godere della flessibilità derivante da questo particolare datore di lavoro. E’ brutto da dire, ma può dare il benservito quando vuole.

Certo, l’istituto della partita Iva ha subito negli ultimi anni una regolamentazione che ha impedito ai datori di lavoro di fare i furbi. Le aziende devono dimostrare che il rapporto di lavoro possiede realmente quei requisiti in grado di differenziare il lavoratore regolare da quello “a partita”. In particolare, quest’ultimo non deve lavorare per più di 8 mesi consecutivi nell’arco di un bienno. Analogamente, non deve lavorare in una postazione fissa di proprietà del datore, se non sporadicamente.

A onore del vero, le verifiche sono rare, sicché le cose stanno andando come sono sempre andate. Anzi, con l’istituzione del regime dei minimi, un numero sempre maggiore di giovani ha aperto una partita Iva, accettando de facto i pro e i contro di questo rapporto di lavoro.

Sui contro, abbiamo già parlato dell’elemento più importante. Il lavoratore può essere scaricato in qualsiasi momento, e non ha nessuna garanzie se non la parole del committente. Ci sono anche dei pro, e non sono certo pochi. Innanzitutto, la possibilità di risolvere il rapporto di lavoro senza nessuna conseguenza rappresenta un’opportunità anche per chi lavora e non solo per “chi sta dall’altra parte”.

I benefici, per il resto, sono tutti fiscali. Il proprietario di partita Iva deve sì pagare l’Irpef (come qualsiasi altro lavoratore) ma la base imponibile è, in questo caso, rappresentata dall’utile reale e non dal reddito lordo. Questo vuol dire che se scarica dalla partita stessa costi di trasporto o per il reperimento di materie prime o di strumenti, la base imponibile si riduce drasticamente. Non è un particolare da poco.Si risparmia anche per i contributi INPS. Per le partita Iva, sono assai più bassi.

Su quest’ultimo punto, però, pesa il rovescio della medaglia. Se i contributi sono ridotti, il risparmio è sì notevole, ma a lungo andare la si paga: le pensioni maturate saranno giocoforza più basse rispetto a quelle dell’omologo “dipendente”.

La conclusione di De Stefani è la seguente: “Sia i lavoratori che le imprese continueranno a preferire rapporti di lavoro autonomo, facendo figurare finte attività professionali e non continuative, fino a quando l’assunzione non sarà più conveniente, sia da un punto di vista fiscale, che previdenziale”.