Paradisi fiscali, ecco le isole felici dell’evasione

Nei forzieri dei paradisi fiscali sono custoditi miliardi di euro che sfuggono alla tassazione dei paesi di provenienza e alimentano l’economia sommersa. Di fronte a iniziative legislative di contrasto incerte e contraddittorie, i paradisi fiscali prosperano, offrendo un approdo sicuro ai furbetti delle tasse, ai vip e ai potenti, come rivelano i Panama Papers.
In Italia, un decreto del 1999 continuamente aggiornato identifica gli Stati e i territori aventi un regime fiscale privilegiato. La black list, tuttavia, non è sufficiente, visto che fa solo scattare l’inversione dell’onere della prova per la residenza. Esistono poi vari trattati bilaterali, firmati dai diversi governi per arginare l’esodo di denaro, ma quasi nessuno è operativo. Ecco quali sono i paradisi più ambiti per il denaro.

Paradisi fiscali: la lista grigia dell’OCSE sulla trasparenza

Non esiste un elenco unico dei paradisi fiscali, poiché ciascun Paese ha i propri criteri di valutazione. L’OCSE nel 2000 ne ha abbozzato un tentativo, ma nel corso degli anni tutte le giurisdizioni hanno via via sottoscritto impegni formali per l’aumento della trasparenza e dello scambio di informazioni, che hanno permesso la loro cancellazione dalla black list.

Panama Papers, Credits: Matthew Straubmuller, Flickr
Citta di Panama, paradiso fiscale globale

In base all’ultimo report dell’OCSE del 2010, sono nove i paradisi fiscali, a volte microscopici come l’isola Niue di 1400 abitanti, inseriti nella “lista grigia” per non avere ancora dato sostanzialmente seguito agli impegni presi e agli accordi bilaterali in materia di trasparenza bancaria: Belize, Liberia, Panama e le isole Marshall, Cook, Montserrat, Niue, Vanuatu e Nauru, tutte in Oceania.

Il paradiso (fiscale) a portata di mano

Gli elenchi stilati dall’OCSE non sono certo esaustivi rispetto ai paradisi del fisco esistenti. Sono molte le giurisdizioni che concedono benefici fiscali e il massimo della privacy anche ai non residenti, siano essi persone fisiche o società. Per trovare condizioni paradisiache per la tassazione del proprio denaro non occorre varcare gli oceani. A volte basta andare oltre confine. In Europa esistono diversi Stati e territori che applicano aliquote notevolmente più basse rispetto all’Italia.
La Svizzera è da sempre il paradiso preferito per gli evasori fiscali italiani. Bastava varcare il confine e presentarsi in una banca con una valigetta piena di soldi, che venivano accettati senza troppe domande. La Banca d’Italia ha stimato che in Svizzera ci siano circa 150 miliardi di euro trasferiti illegalmente dall’Italia, un vero tesoro ombra.Credits: thetaxhaven, flickr
Negli ultimi anni, sotto la pressione dell’Unione Europea, la confederazione elvetica sta progressivamente aprendo allo scambio di informazioni con gli altri paesi, tanto da far migrare i soldi degli evasori verso altri lidi. Anche Lussemburgo, San Marino e Città del Vaticano sono paradisi fiscali sempre meno sicuri.
Nel Mediterraneo il paradiso fiscale più conveniente sono le Canarie che, per quanto appartenenti alla Spagna, sono una comunità autonoma con propria legislazione fiscale: la tassazione è il 60% rispetto all’Italia. Molto ambiti anche Malta e Cipro, che è l’ideale per chi cerca soprattutto la privacy per i propri movimenti bancari. Paradisi a portata di mano anche al largo della Gran Bretagna: l’Isola di Man e l’Isola di Jersey propongono aliquote considerevolmente ridotte.

I trattati con i paradisi fiscali restano sulla carta

In Italia un decreto del 1986 (n° 917) chiedeva di individuare gli Stati o territori aventi un regime fiscale privilegiato, per poter intraprendere le dovute misure di tutela. La black list è stata prodotta ed è entrata in vigore nel 1999 con successivi aggiornamenti, visionabili sul sito dell’Agenzia delle Entrate, ma in tutto questo tempo poco è cambiato.Paradisi fiscali
I governi succedutisi nel tempo, fino alle ultime esperienze di Berlusconi, Monti, Letta e Renzi, hanno sottoscritto trattati bilaterali con diversi paradisi fiscali conclamati, come le Isole Cayman, le Cook, Bermuda e Gibilterra. Anche a distanza di anni, tuttavia, nessuno di questi trattati è poi stato ratificato ed è oggi in vigore: molte cassette di sicurezza all’estero restano inaccessibili al fisco italiano.

Dumping fiscale: i capitali migrano

Stati, territori autonomi e isolotti in giro per il mondo applicano aliquote di tassazione ultra ridotte per attrarre denaro contante dai contribuenti di altri Paesi. Si chiama dumping fiscale, e ne usufruiscono persone fisiche e società che scelgono di farsi tassare all’estero sottraendo capitali all’imposizione erariale. Un fenomeno molto diffuso, che distorce la concorrenza penalizzando fortemente le piccole e medie imprese, e che frena la ridistribuzione dei redditi all’interno degli stati.

Sergio Marchionne AD di FCA Credits SOCIALisBETTER flickr
Sergio Marchionne, AD di Fiat-Chrysler

Tra i grandi Stati europei che praticano il dumping fiscale per attrarre capitali esteri, i più appetiti dalle società italiane sono l’Olanda, il Regno Unito e l’Irlanda. Tra le società “italiane” che usufruiscono delle agevolazioni del dumping fiscale, figura di certo la Fiat. Dopo la fusione con Chrysler nel nuovo gruppo FCA, il management guidato dall’AD Sergio Marchionne ha spostato la sede legale in Olanda e quella fiscale in Inghilterra, per trarre vantaggio delle migliori condizioni offerte da questi paesi. Una scelta perfettamente legale ma mal digerita dagli italiani, dopo anni di contributi statali all’azienda torinese: Fabbrica Italiana Automobili, ma il fisco è ormai quello inglese.
Anche l’Irlanda applica aliquote di tassazione molto ridotte (12,5%), ma con il vincolo che la sede dell’attività sia sull’isola. Persino imprese di Stato vi hanno aperto compagnie di assicurazione, alle quali versano ogni anno premi che, registrati a bilancio come costo e tassati in base alla legislazione irlandese, sono così sottratti al fisco italiano.