OPEC fa tremare l’Europa, Draghi a un passo dal QE

L’ultima cosa di cui Mario Draghi, il presidente della Banca Centrale Europea, aveva bisogno in questo momento, era il verificarsi di un evento fuori dall’ordinario, impossibile da controllare con gli strumenti a disposizione.  Forse un buon motivo per fare definitivamente decollare il piano di quantitative easing da molti ritenuto l’unica speranza per l’economia europea.

Succede che il giovedì appena trascorso l’Organization of the Petroleum Exporting Countries (conosciuta con la sigla OPEC: i dodici paesi che negoziano con le compagnie petrolifere produzione, prezzi e cessioni) ha deciso di non tagliare il suo target di produzione quotidiana e il prezzo del petrolio ne ha risentito significativamente chiudendo la settimana di contrattazioni al suo minimo dal 2009 (WTI sotto i 67 $/barile e il Brent circa 70 $/barile).

Lo shock negativo dei prezzi dell’energia ha fomentato scetticismo sul vecchio
continente che ora più di prima rischia di sperimentare una situazione di deflazione; timore questo che si aggiunge ad altre, già critiche, situazioni: basti pensare al recente andamento (non entusiasmante) dell’economia francese e ai dati rilasciati dall’ISTAT che certificano, in Italia, il livello di disoccupazione più alto di sempre.

Se esiste una cosa che può unire pareri discordi al fine di una risoluzione tempestiva (come può esserlo quello del presidente della Bundesbank, Weidmann, da sempre contro l’idea di QE) è lo spettro della deflazione: nessuno la vuole, meno che mai l’FMI o la BCE.

Economisti, operatori e consumatori dell’eurozona si trovano quindi a sperare che il peggioramento della situazione petrolifera costringerà Draghi e i suoi collaboratori a giocare la carta della politica monetaria espansiva quanto prima nel 2015.

La prova evidente che il movimento a ribasso del prezzo del greggio abbia colpito l’inflazione europea è arrivata venerdì quando l’Eurostat nel nuovo report mensile ha evidenziato in novembre una discesa allo 0,3% dell’indice dei prezzi al consumo, valore vicino al minimo degli ultimi 5 anni. Si allunga così a 22 la serie consecutiva di mesi in cui la BCE rimane al di sotto del suo target d’inflazione.

I dettagli dell’analisi mostrano come il calo dell’indice sia guidato dalla rapida discesa dei costi energetici nel corso dello stesso mese. Alcuni analisti si sono spinti a predire un tasso di inflazione dello 0,1% per dicembre, qualora la situazione dovesse rimanere invariata.

La Banca Centrale si riunirà ancora giovedì 4 dicembre: verranno riviste le proiezioni sull’inflazione? Verrà rinnovata la promessa di interventi per alleviare l’economia? Se si, di che tipo di interventi si parla?

Al di là di queste, legittime, domande, sorge il dubbio se (inizio 2015) sia il periodo giusto per iniziare un massiccio piano di acquisto dei titoli di debito sovrano. Ma il tempo è, come sempre, poco. Draghi sui tassi d’interesse è stato chiaro, sono e rimarranno al loro minimo; si esclude dunque l’ipotesi di un ulteriore taglio del saggio d’interesse. Si torna, così come s’è aperto questo articolo, a speculare sulle ipotesi di quantitative easing. La crisi petrolifera ha accelerato i tempi, la richiesta di un serio intervento si fa impellente e alcuni analisti si sbilanciano parlando di un possibile annuncio già nel prossimo meeting. Sul tavolo delle decisioni verranno quindi disposte tutte le possibili soluzioni (oramai di esiguo numero), ma gli occhi sono tutti puntati sul QE, ultima (forse unica) e determinante medicina per rilanciare la stagnante economia europea.

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