La Neuroeconomia scardinerà l’economia classica? Sì, per ravvivarla

neuroeconomia

L’antico sogno dei positivisti dell’Ottocento era di arrivare a costruire un modello scientifico e rigoroso per la spiegazione di tutti i fenomeni umani. Un’ambizione che è stata accolta solo parzialmente: ben presto infatti ci si rese conto che alcuni campi della conoscenza, come il comportamento umano, sono estremamente complessi per essere descritti da poche e sintetiche equazioni matematiche fondamentali.

In virtù di questa constatazione, la scienza economica del secolo scorso ha dovuto operare una scelta precisa: dato che non era possibile matematizzare facilmente l’interazione sociale delle persone, per garantire una base assolutamente rigorosa alla disciplina era necessario un divorzio dalla psicologia, materia d’indagine ancora oggi fortemente sperimentale.

L’economia neoclassica di fatto crea un assioma: l’individuo è homo oeconomicus, un esemplare di specie umana fortemente evoluto che agisce in maniera razionale quando deve affrontare una scelta economica. Ciò significa che l’agente vaglia tutte le possibilità che ha a disposizione e opera la decisione più vantaggiosa per lui. Questo beneficio non solo è misurabile, ma come tale può essere inserito in un modello matematico rigoroso – e qui scaturiscono e si sviluppano tutte le teorie economiche classiche.

Questa visione è ovviamente frutto di un’astrazione ridotta all’osso, perché le anomalie dell’individuo economico reale rispetto all’homo oeconomicus sono intercettate e come tali governate: ma sempre rispettando il postulato di base e considerandole alla stregua di deviazioni.

Esistono tuttavia critiche autorevoli all’economia classica e razionalista. Secondo queste voci alternative la differenza di comportamento che si registra ogni volta che un individuo compie una scelta non coerente con il principio del massimo vantaggio per sé non andrebbe bollata come violazione alla norma, bensì come la chiave per scoprire il meccanismo più profondo che soggiace al processo decisionale umano.

È un ritorno alla visione ottimistica nel campo della ricerca e del progresso che era in voga due secoli fa? Non si può ancora sapere, ma è certo che tra le economie comportamentali o sperimentali che durante la seconda metà del Novecento hanno avuto diritto d’alloggio all’Università, una visione innovativa promette di indagare a fondo le vere regole che fanno scattare la decisione di un homo sapiens, applicando questi risultati per rimodellare una nuova teoria economica.

Si tratta della neuroeconomia, una scienza multidisciplinare e a carattere sperimentale che coinvolge neurologipsicologieconomistilinguisti e filosofi della mente. Scardinando il principio della razionalità di ogni decisione finanziaria, i neuroeconomisti ripartono in un certo senso dal punto di vista dell’ingegnere russo Alfred Korzybski: la mappa non è il territorio.

Ciò significa accettare a livello empirico che la visione del mondo di una persona non coincide per nulla con quella di un’altra, e non banalmente per un filtro culturale differente, ma proprio per la natura biologica dell’uomo e l’interazione cerebrale che porta a compimento una scelta.

Attraverso tecniche di screening non invasivo, come PETRM o TAC è possibile monitorare le parti del cervello più attive durante un’attività. Dagli studi di neurologia degli ultimi vent’anni emerge con chiarezza che l’uomo ha un cervello a più strati, ciascuno databile riferendoci a una determinata tappa dell’evoluzione della specie.

Per quanto riguarda il decision making, i risultati ai quali si è pervenuti dimostrano che la parte più antica e istintuale del cervello, il cosiddetto cervello rettile e quello intermedio, gioca in diretta opposizione allo strato più giovane ed evoluto, il cervello corticale, deputato alla razionalità, intesa come raggruppamento di facoltà cognitive che differenziano l’intelligenza dell’uomo da quella tutti gli altri animali.

Questo modello sperimentale di economia basata sullo studio neurologico dunque non smentisce l’eventualità che l’individuo possa agire come homo oeconomicus in certe circostanze, ma svela che molte volte la scelta è comandata dalla parte più vecchia del cervello, e rappresenta quindi una decisione emozionale.

Si rilevano cioè processi decisionali controllati e in linea con i principi economici classici del vantaggio perseguito razionalmente, ma anche riflessi deliberativi automatici istigati dallo spirito di sopravvivenza che ancestralmente fa scattare in un tempo infinitesimale l’impulso che l’esperienza giudica migliore.

La neuroeconomia trova terreno fertile proprio nella comprensione di fenomeni decisionali apparentemente inspiegabili. La letteratura medica riferisce di casi eclatanti da tempi remoti, ma il primo caso storico maggiormente documentato è quello dell’operaio americano Phineas Gage che subì un terribile incidente sul lavoro nel 1848: una sbarra di metallo gli perforò il cranio a seguito di una esplosione.

Miracolosamente sopravvissuto e senza apparenti danni cognitivi – poteva muoversi e parlare esattamente come prima – la sua personalità si mutò, influenzando le sue capacità di scelta. Fu emarginato a livello sociale e lavorativo perché il suo comportamento si rivelava illogico, pericoloso e ignaro delle conseguenze di ciascuna azione.

Un’altra evidenza riportata in tutti i lavori di psichiatria riguarda il mutamento decisionale dei pazienti bipolari: nella fase maniacale che si oppone a quella depressiva, privo di freni inibitori e autocontrollo, il soggetto tende a fare spese irrazionaliinvestimenti del tutto insicuritransazioni finanziarie che riconosce sconvenientissime appena il suo stato euforico scompare.

La neuroeconomia, avvalendosi dei contributi di scienze fra loro molto distanti per obiettivi ma coerentemente legate dal metodo scientifico o dall’approccio razionale, mira a investigare i meccanismi più intimi di una decisione finanziaria, offrendo così nuova linfa anche alle teorie economiche tradizionali, che potranno acquisire dati certi e verificati attraverso i quali creare una prospettiva migliore per il secolo appena iniziato.